Il Borghese

L’intuito del poliziotto

Ci sono inchieste che ti portano indietro nel tempo, quando i Ris erano di là da venire, quando si telefonava ancora dalle cabine a gettone e gli investigatori assomigliavano più al commissario Santamaria di Fruttero e Lucentini, che a tecnici informatici. Inchieste dove l’uomo, la caparbietà, la minuzia nel cercare riscontri e magari nel pedinare i sospetti giocano un ruolo essenziale, o sarebbe meglio dire decisivo. Se poi ci mettete un poliziotto carico di esperienza che ha passato la gioventù sul marciapiede delle grandi città, che ha rischiato in proprio affrontando i delinquenti e che poi nella maturità ha avuto la grande responsabilità di fare il questore, il gioco è fatto.

 L’arresto del presunto (bisogna dire così, proprio perché l’inchiesta è indiziaria) sicario di Alberto Musy, candidato sindaco di Torino per i centristi dell’Udc, è il frutto della sagacia di Aldo Faraoni che proprio oggi lascia la questura per la pensione e in fondo ci lascia un pochino più soli e più indifesi. Aldo l’ho conosciuto quasi ragazzo quando lui era un vicecommissario in una Torino divisa tra clan criminali e io ero un giovane cronista della Gazzetta del Popolo. Allora cronaca e indagini si intrecciavano più di adesso, si andava sul campo, si passavano le notti in una sala stampa che spesso assomigliava ad una fumeria. E a volte si finiva in un’unica pizzeria, dopo la ribattuta dell’una di notte. Una margherita e una birra tra cronisti, poliziotti, carabinieri e anche qualche criminale di piccola tacca. Una sorta di armistizio, almeno per il tempo di un bicchiere in compagnia. Scoprire oggi che quell’eterno ragazzo ha avuto l’arguzia di guidare i suoi funzionari e i suoi uomini in un’indagine vecchio stile, allarga il cuore alla speranza. E fa capire che anche casi delicatissimi come quello dell’agguato ad un personaggio come Alberto Musy, in una connessione strana e anche imbarazzante tra politica, affari, associazioni e ambizioni industriali, possono essere risolti là dove l’investigatore si affida all’ingegno e allo studio meticoloso dei particolari.

Aldo Faraoni è uno che non molla, ma che ha anche il coraggio di dire ai cronisti (l’ha fatto pochi mesi or sono) che l’indagine doveva ripartire da capo, cancellando con un tratto di penna tutto ciò che era già stato scritto nei faldoni. Evidentemente quel giorno lui aveva già in mano la traccia vincente e annusava la pista come un segugio di razza. I vecchi poliziotti mi hanno insegnato che ciò che conta in assoluto è l’intuizione, poi vengono le ricerche e successivamente i riscontri. Lui è uno di questi e non ha mai mollato anche quando le fiaccolate invocavano una soluzione e la moglie di Musy chiedeva aiuto e giustizia. Nell’ombra la polizia ha continuato a cercare le tessere di un puzzle complicato anche dal ruolo che ricopriva il principale indiziato che era di casa negli ambienti politici frequentati dall’avvocato, che aveva amici anche potenti e aspirazioni di non poco conto. Ad ogni intoppo c’era lui, il questore Faraoni ad infondere fiducia e ieri, finalmente, il castello delle prove è stato ultimato. Il resto è cronaca di un fermo clamoroso vissuto sotto la luce dei flash e delle telecamere. Ma a ben vedere la notizia vera è un’altra: Torino è un po’ più povera adesso che Aldo lascia il comando.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

Condividi sui social:

Scopri inoltre...

Precedente
Successivo
Precedente
Successivo