Il Borghese

Basta un piatto di lenticchie?

Mettiamola così: non compriamo più case perché siamo troppo occupati a cercare i soldi per pagare l’Imu, le tasse e i balzelli condominiali; non compriamo l’auto nuova anche se le pubblicità ci dicono, insinuanti, che potremo pagarle a babbo morto e mettiamo i cerotti a quello scassone che guidiamo da anni; giriamo la testa di fronte alle vetrine in attesa dei saldi. Le tredicesime che fino a qualche anno fa erano una sorta di cacio sui maccheroni sono state spese ancora prima di essere incassate. La nostra economia, quella spicciola – intendo dire – si è bloccata. Perché si sono spente le aspettative sul nostro futuro. La crisi, lo spauracchio dello spread (che fino ad un anno fa manco sapevamo che esistesse), la disoccupazione, gli scandali della politica, le banche che non ci fanno più credito ci hanno costretti tutti sulla difensiva.

Anche chi ha i soldi è restio a spenderli. E se li spende lo fa con il timore che qualche controllore lo metta al muro con multe e revisioni contabili. I più colti dicono che tutto ciò è frutto della recessione, altri, come noi, si limitano ad annotare che il Paese langue. O se preferite, dopo che ci hanno fatto calare i calzoni, è rimasto in mutande. Con questo spirito si possono leggere i dati diffusi dall’Istat che ha fotografato per l’ennesima volta lo stato di salute della nostra Italia. E che ci dice che la compravendita di abitazioni nel secondo trimestre del 2012 è calata del 23,6 per cento riportandoci a quote registrate oltre dieci anni fa. Vale a dire che nei primi sei mesi di quest’anno sono stati effettuati 60mila contratti di compravendita in meno rispetto all’anno scorso. Un dato che, guardando al versante mutui, si aggrava ancora: quelli concessi dalle banche, le quali hanno di molto ristretto i cordoni della borsa, sono il 49,6 per cento in meno. La metà, euro più euro meno, di quelli accordati l’anno scorso.

La somma dei due fattori porta ad una valutazione semplice: il settore immobiliare è al collasso e forse per la prima volta dal dopoguerra ad oggi quello che è sempre stato il sogno delle famiglie italiane si è infranto. Se aggiungiamo che le immatricolazioni delle auto sono scese del 20 per cento e la produzione quasi del 16, si capisce anche senza avere la patente da analista finanziario che alla crisi delle vendite se ne aggiunge una ancora più virulenta, quella dei posti di lavoro nel comparto e nei diversi indotti: da quello della ricerca e del design a quello della produzione. Fin qui nulla di nuovo sul tavolo della crisi. Ma c’è di più e in qualche caso anche di peggio. Si parla poco per esempio dell’arredamento e anche della nautica. Come se entrambe facessero parte di un sacrificabile polo del lusso. E si dimentica che il settore dei mobili e dei complementi di arredo sta vivendo una crisi epocale: 51mila posti di lavoro persi, 10mila piccole e medie aziende chiuse per sempre. Il segno che non ci sono soldi per cambiare il salotto e neppure il vecchio divano sfondato. Sulla nautica, settore assai peccaminoso a sentire i nostri governanti che forse dimenticano che siamo un Paese che affonda le radici nel mare, è inutile parlare: il comparto non è in crisi, è già morto. Merita una chiosa la tredicesima. Secondo la Cgia di Mestre, che ci ha abituati ad analisi puntuali, essa si consuma per oltre il 70 per cento a coprire tasse, Imu e bollette. Con il restante (pochi spiccioli!) si organizzerà il cenone di Natale e (forse) quello di Capodanno. Come dire che restiamo con un piatto di lenticchie in mano.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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