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Nosiglia: «Ci sono due Torino. Una pensa ai suoi agi, l’altra vive in miseria»

Torino la vede spaccata a metà. Due città, divise da una frattura che rischia di diventare insanabile, tra chi ha i mezzi per resistere e chi scivola sempre più in basso. Una città che dall’inizio della crisi ad oggi ha visto triplicare il numero dei poveri, a fronte di un crollo verticale dell’occupazione. «Vedo una città sempre più radicata nella propria sicurezza, nel proprio benessere, nonostante la crisi» e «un’altra che è sempre più grande e si sta allargando giorno dopo giorno». A monsignor Cesare Nosiglia bastano poche parole per chiarire il concetto che più gli sta a cuore e lo si comprende bene, guardando le mani strette a pugno mentre le pronuncia. «Sono gli ultimi, i poveri al centro del mio ministero, per loro io sono pronto a giocarmi la faccia senza  preoccupazioni».

Monsignor Nosiglia, la sua seconda lettera di Natale da arcivescovo di Torino sembra passare dall’invito a non perdere la speranza a quello di farsi parte attiva e responsabile nella società. È venuto il tempo di reagire concretamente alla crisi e rimboccarsi le maniche?
«Sì, perché certamente la speranza deve mantenersi viva nel cuore e nella coscienza delle persone, ma va misurata sul piano dell’impegno personale e comunitario, attraverso l’assunzione di responsabilità che ognuno ha come cittadino e cristiano onesto, sia nell’ambito sociale dove c’è necessità di recuperare un attivismo che è facile perdere. Bisogna superare l’individualismo e la chiusura in se stessi, recuperare un senso di appartenenza attiva e propositiva nella società. Se la società va male è perché si è perduto un senso concreto di responsabilità, ciascuno nel proprio ambito di lavoro e impegno. Gli esempi che vengono dall’alto non aiutano in questo senso…».

Si riferisce all’appello che lei ha lanciato per un ritorno dell’etica nella politica?
«Quando si parla di politica non si parla solo di politici, la politica è un dovere di tutti: per rendere bella, abitabile, solidale ed equa la vita cittadina c’è bisogno dell’impegno di tutti. I politici dovrebbero fare vera politica, non cercare privilegi e consenso, vantaggi economici e sociali. Dovrebbero ascoltare molto di più la base, la gente; dialogare, non solo tagliare nastri. Oltre, naturalmente, a non essere di parte, ma agire per il bene di tutti, mettendo al primo posto le persone e tra queste i più deboli. Nella diatriba tra vecchia e nuova politica, invece, penso che l’esperienza vada mantenuta, ma serve una nuova generazione che sappia farsi portatrice di una morale vera».

La vera emergenza per i cittadini resta ancora quella del lavoro. Come intervenire?
«La situazione è quella di un’emergenza sociale fortissima: abbiamo il 37% dei giovani senza lavoro, 100mila lavoratori in cassa integrazione, che sta per finire, o senza impiego. Sono tanti, una città nella città. Non è un caso che i livelli di spesa delle famiglie torinesi continuino a contrarsi, al punto da non bastare a pagare persino affitti e bollette. Ci vuole un patto sul lavoro che si opponga allo strapotere della finanza, al fatto che siano gli azionisti a decidere le sorti delle aziende piuttosto che chi le porta avanti e ci lavora. Il credito va sollecitato ad aprirsi con impegni concreti soprattutto per le piccole e medie imprese».

Lei si è speso molto riguardo il caso Fiat, come vede la situazione oggi?
«Sono contento che le cose stiano cominciando a muoversi, ma ribadisco, serve ancora l’impegno da parte di tutti, azionisti, management, sindacati. Perché è vero che Torino non dipende più solo dalla Fiat, però non dobbiamo dimenticare che anche a livello internazionale conta moltissimo: sarebbe tragico perderla».

Altro tema sul quale la diocesi non smette di impegnarsi è quello dei giovani, specie quelli che non vedono futuro. Le proteste crescono perché mancano risposte adeguate?
«I giovani vedono pochi spazi e anche le proteste non sembrano ottenere grandi risultati, sono considerate, ormai, quasi una liturgia: forse è necessario che si rendano conto di dover trovare altre strade, anche se nello stesso tempo non sapendo cosa fare, si lasciano un po’ trascinare in piazza. Bisogna tener conto di questo segnale, anche se a volte per esasperazione scivolano su un piano non propriamente democratico, manovrati da piccoli gruppetti di violenti. Bisogna tornare ad investire sulla scuola e l’istruzione, sul loro futuro. Questo deve essere un obiettivo strategico, risolvendo i nodi che sono al pettine da alcuni anni, come l’edilizia scolastica e il precariato degli insegnanti».

Quali obiettivi si è dato e si darà per il futuro?
«Nelle persone c’è grande disorientamento e voglio puntare proprio sulle persone, come ho fatto in questi due anni. Guardandole negli occhi, stando loro accanto, ascoltandole una per una. Specie i poveri, gli ultimi, coloro che soffrono. Per questo tornerò nei campi nomadi e ovunque ci sia qualcuno che sta male. Devono sapere che il vescovo c’è ed è con loro».

Enrico Romanetto

 

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