Il Borghese

La strategia del caos

La bomba da aereo, cinquanta chili o giù di lì, finita su Torino in tempo di guerra e mai esplosa, forse ha abitato in una cantina per settant’anni. E speriamo che sia così. Come speriamo che sia stato un robivecchi a trovarla e poi a liberarsene lasciandola scivolare improvvidamente in mezzo alla strada, a due passi da una stazione della metropolitana. Speriamo. Perché l’alternativa fa tremare i polsi e proietta uno scenario che, per stessa ammissione dei militari che l’hanno disinnescata, assomiglia molto da vicino a quello che normalmente accade in una guerra senza onore come quella d’Afghanistan.

I genieri hanno scomodato un acronimo inglese, Ied, che grosso modo sta per ordigno artigianale per spiegare come la guerriglia utilizzi tutto quello che le capita tra le mani per seminare morte e distruzione. Una vecchia bomba, un innesco alla buona con due cavi elettrici e una batteria possono fare danni quasi come il C4 che resta uno dei più micidiali esplosivi al mondo. Quell’ordigno martedì sera, mentre un vento gelido sferzava la città, per un attimo ci ha fatto temere che la minaccia questa volta fosse vera. Non un falso allarme come ormai capita ogni giorno, ma qualcosa di meditato e di architettato da mani esperte. Per fortuna non è stato così, anche se le risultanze delle analisi degli esperti dell’esercito non sono ancora state rese note. Resta un dato che alimenta comunque la tensione. A meno di 24 ore da quel ritrovamento un’altra segnalazione ha scosso la città. Un allarme bomba – anonimo, s’ intende – ha fatto evacuare l’assessorato alla sanità di corso Regina Margherita e l’Aress, Agenzia Regionale della sanità ormai in liquidazione, riversando impiegati e dirigenti in strada. Un’abitudine, quella di seminare il panico come se si trattasse di briciole per gli uccellini, che fa pensare ad una strategia precisa, ad un disegno criminale che assomma tensioni che provengono da mondi spesso neppure in contatto tra loro. I fronti aperti del resto non mancano: c’è la Tav con i suoi contestatori irriducibili che da mesi ormai assediano il cantiere in val di Susa, ci sono gli studenti che parlano apertamente di caccia per identificare le proprie contestazioni a rettori e ministri, c’è il mondo del lavoro che deve fronteggiare una crisi che pare senza fine. E poi sullo sfondo, nell’ombra, il mondo dell’eversione, dell’anarchia, di gruppi e gruppuscoli che dalle proteste altrui tentano di trarre forza e consensi. Chi getta il cerino nel bidone di benzina alzando la cornetta del telefono per lanciare gli allarmi, non lo sappiamo.

Conosciamo invece bene gli effetti di queste azioni. La paura, il caos, il lavoro che è costretto a fermarsi, il traffico in tilt, il senso di incertezza di chi si chiede che cosa sta accadendo. E forse in questo sentire l’eversione ottiene già il suo primo risultato. Quello di toglierci serenità, di giocare con il nostro tempo, di chiudere strade e stazioni. Insomma di riscrivere a suo piacimento l’agenda dei nostri impegni. Le buste con la polverina bianca che spesso è solo borotalco o farina, sono state solo l’inizio anche se, per ore e ore, ignari impiegati sono rimasto segregati al loro posto di lavoro sottoponendosi ad interminabili trafile imposte dai protocolli di sicurezza. A ben vedere, un salto di qualità dei professionisti del caos c’è già stato. Segno che una strategia di fondo inizia a venire a galla. 

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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