Il Borghese

“Liste pulite” e la fiducia dei tecnici

Alle volte ad ascoltare i nostri Professori, o a leggerne le dichiarazioni, ci si trova a sorridere e a riconoscere in loro qualcosa che rassomiglia all’ingenuità. Come di chi non si renda conto fino in fondo dei soggetti con cui si trova a operare. Sarà che sono dei tecnici, ma certe volte appaiono troppo al di fuori della realtà che qualunque uomo della strada può osservare con i propri occhi, di solito scuotendo la testa sconsolato. Prendiamo per esempio le dichiarazioni rese dal ministro Anna Maria Cancellieri nel corso di una trasmissione radiofonica. Oggetto della discussione, il fantomatico “decreto liste pulite”, ossia quello che dovrebbe trattare dell’incandidabilità in Parlamento, ma anche nei consigli regionali, provinciali, comunali, a qualunque carica pubblica.

 Un decreto dato per urgente, imminente, assolutamente   necessario, ma nel frattempo slittato. Già, perché data la delicatezza del tema, e con la vicenda dell’Ilva a tenere banco, non era possibile dedicargli qualche briciola di tempo, ragion per cui si è deciso di dedicargli un Consiglio dei ministri ad hoc. Tutto giusto, per carità, purché si arrivi per tempo, ossia prima delle elezioni, prima della presentazione delle liste, prima che i giochi siano fatti in qualche altra sede. Quello che fa sorridere, tra le dichiarazioni del ministro, è quando dice «Poi la palla passa al Parlamento. Noi facciamo la nostra parte, ma il Parlamento deve fare la sua». Verrebbe davvero da dire «beata ingenuità». Partiamo anche dal presupposto che il governo di tecnici è in carica perché la politica, non solo negli ultimi anni, non ha fatto la sua parte, ma riflettiamo su cosa significa fare la propria parte. Di esempi ne abbiamo molti: al Parlamento era stato demandato di variare la legge sulla diffamazione – caso più recente – ed è finita come sappiamo, tra autentici regolamenti di conti nei confronti della stampa e tentativi di aggiustamento ancora più perniciosi. E sorvoliamo sulle modifiche alla legge elettorale. Quindi, ora chiediamo a un Parlamento di cui conosciamo bene mancanze e scandali assortiti di varare e attuare le nuove norme che possano escludere dalle liste i candidati condannati? O che prevedano le dimissioni per chi, a elezione avvenuta, viene raggiunto da condanna definitiva? Senza che deputati e senatori non si affannino per scovare ogni possibile scappatoia o emendamento per far transitare qualcuno oltre queste colonne d’Ercole? La bozza prevederebbe, per inciso, condanne superiori ai quattro anni come paletti non aggirabili per quanto concerne l’incandidabilità. Ma c’era anche chi avrebbe voluto un elenco completo di reati. E se oltre a questi si introducesse, quale condizione ostativa, quella del danno cagionato? Ci sono persone con fedine penali pulite che però all’amministrazione pubblica hanno comportato certo danni gravissimi. Questi come li distinguiamo? E come ci tuteliamo? Sono tutte domande scomode e per certi versi retoriche.

Così come sarebbe retorico e anche inutile stupirsi che situazioni del genere debbano essere affrontate per decreto: ma si sa che l’Italia è il Paese dove ogni cosa deve essere fatta per decreto, il più delle volte per sfuggire all’immobilismo della politica, alle sue logiche di convenienza, o semplicemente all’incapacità di vedere e comprendere il Paese reale. Davvero bisogna riconoscerlo: i Professori hanno fiducia nella politica, nonostante tutto. Forse perché è grazie alle sue pecche che sono lì dove sono. E non manca certo chi, dentro di sé, è convinto che lasciando fare alla politica, presto o tardi – più probabile presto – riceverà nuovamente una chiamata a occupare la poltrona che scotta.

Twitter@AMonticone

 

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