Il Borghese

Lo Stato invisibile

Nel caso qualcuno volesse liquidare con sufficienza quanto accaduto ieri mattina in tribunale, diciamo subito, chiaro e tondo, che non si è trattato di una sciocchezza. Si è trattato di una autentica aggressione a uno dei simboli dello Stato, già perché, per quanto a qualcuno risulti fastidioso crederlo, la giustizia e la sua amministrazione fanno ancora parte delle prerogative di uno Stato democratico. Quindi, fino a che si gode del diritto di cittadinanza, quindi anche del diritto a essere difesi gratuitamente quando non si ha la possibilità economica di assumere un legale, gioverebbe prestare quanto meno un formale rispetto.

 Insultare la magistratura, o i giornalisti, colpire un cameraman che sta solo svolgendo il proprio lavoro, minacciare di querele i fotografi – spetta al giudice autorizzare o vietare riprese e fotografie in aula, a nessun altro è consentito di sostituirsi alla sua autorità – è grave di per sé, ma lo è doppiamente se tutto questo avviene all’ombra del Palagiustizia.

In poche parole, cosa accadeva di così clamoroso ieri mattina in tribunale da scatenare quel che abbiamo visto? Si apriva un processo – che già si sapeva sarebbe stato rinviato e pure su questo ci sarebbe molto da dire – per gli scontri di Chiomonte del 2011, ossia torme di esaltati che camuffati da testuggine dei tempi antichi, con tanto di bastoni, pietre o bombe carta, andavano letteralmente all’assalto di una postazione difesa dalle forze dell’ordine, ossia lavoratori in divisa, ossia uomini alle dipendenze dello Stato. E non ci piace chi, non da oggi, sostiene che questo sarebbe un processo politico, perché di politico non c’è proprio niente nel colpire un dipendente dello Stato solo perché si trova comandato a difendere un progetto o un cantiere che un gruppo di persone contesta. Se gli attuali accusati siano o meno responsabili di quanto accaduto spetta ai giudici stabilirlo: nell’aula di giustizia, con gli adeguati strumenti legali, si possono sostenere le proprie ragioni. Ma solo con gli strumenti del diritto. La giustizia non è una gara a chi urla di più.

Ma ci chiediamo, inevitabilmente, che ne sia dello Stato, oggi. Cosa lo rappresenta davvero? Un parlamento decisamente sovradimensionato e che ha abdicato da tempo alle sue prerogative? Tutte quelle autorità, “tecniche” o politiche che non riescono a tutelare neppure i propri dipendenti?

La politica, di fronte alla violenza sia verbale sia fisica, appare drammaticamente incapace di andare al di là delle frasi di circostanza e dalle manifestazioni di solidarietà. Così come di combattere sul terreno che le è proprio, ossia le aule parlamentari o delle rappresentanze istituzionali, a tutela persino di se stessa, preferendo ricorrere a Tar, organi giudicanti e chi più ne ha più ne metta. Mentre le minoranze urlatrici si impossessano degli spazi lasciati sguarniti, delle zone grigie, credono di avere un consenso autentico, che non è quello che si esprime solo con le grida o gli slogan. E a combattere le battaglie per la quotidianità rimangono coloro che davvero sono, o dovrebbero essere, lo Stato. Ossia i cittadini. Siano essi in divisa, in toga, in tuta blu, con una ventiquattr’ore in mano o una macchina fotografica o una telecamera. Sono loro che restano soli ad assistere, a subire, qualche volta a tentare di contrastare quel che accade ogni giorno. Qualcuno può dare segno di essersene accorto?

Twitter@AMonticone

 

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