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Pinacoteca agnelli: L’arte libera e costosa di Damien Hirst

La zebra rosa e bianca a grandezza naturale, opera dello scultore americano Michael Joo, collocata all’ingresso della Pinacoteca al quarto piano del Lingotto, introduce alla variegata e sorprendente raccolta d’arte di uno dei più famosi, eccentrici, controversi e “costosi” artisti del nostro tempo. È la prima volta in Italia, e la seconda al mondo (dopo quella alla Serpentine di Londra nel 2006), di Damien Hirst collezionista. Una selezione di un centinaio di opere acquisite dal creativo di Bristol a partire dagli anni ’80 sono da sabato in mostra alla Pinacoteca Agnelli di Torino sotto il titolo “Freedom not genius”, perché, come dice Hirst, «l’arte nasce dalla libertà, non dal genio».

«Questa rassegna è stata fortemente voluta da mia sorella Ginevra – spiega Lapo Elkann, che ieri ha fatto gli onori di casa nel museo di famiglia – e rappresenta una novità per la Pinacoteca, in quanto non aveva mai ospitato prima le collezioni di artisti, ma solo di galleristi o simili. È la mostra che io sento più vicina al modo in cui percepisco l’arte, quella da cui posso trarre ispirazione».
Ed è facile farsi ispirare da un Picasso, da Andy Warhol, Francis Bacon, Jeff Koons, Richard Prince, Franz Auerbach, Alberto Giacometti, Bruce Nauman, Kurt Schwitters, Mario Merz (l’unico italiano in esposizione). La collezione Murderme di Damien Hirst, infatti, è ricca di nomi che hanno cambiato la scena artistica internazionale. «All’inizio Hirst aveva acquistato le opere di artisti inglesi suoi coetanei, il gruppo dei Ybas, Young British Artists, che avevano condiviso la sua stessa formazione – spiega la curatrice Elena Geuna -, poi, una volta diventato ricco, ha potuto concedersi maestri come Bacon, Picasso, Richard Hamilton, di cui è esposto un quadro storico che ritrae l’arresto per detenzione di mariyuana di Mick Jagger e Robert Frazer».

Ma accanto a questi nella Pinacoteca di via Nizza ci sono anche le opere acquistate su e-bay, nei mercatini, come i teschi, esposti nella sala del “memento mori”, teschi umani, ricoperti di lapislazzuli, di malachite, di resistenze elettriche, riproduzioni artigianali di teschi in legno, marmo, pietra. «Il teschio – spiega Hirst – è la riprova che non ci sono risposte, ma che non si può fare a meno di continuare a porsi domande. È la domanda centrale della vita: come, quando, perché». Dalla sala del “memento mori” si passa a quella del mondo animale, tra calchi in bronzo, animali impagliati di ogni tipo. La mostra rimarrà aperta fino al 10 marzo 2013.

 

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