Il Borghese

Siamo un Paese di smidollati…

Se non ci fossero i pirati non ci sarebbero neppure i marò costretti a fare la scorta per mesi alle nostre navi. E se non ci fossero attacchi improvvisi e sanguinosi non  ci sarebbe stato neppure l’incidente alla Enrica Lexie che il 15 febbraio scorso costò la vita a due pescatori indiani. Detto fuori dai denti, che due nostri marinai debbano restare prigionieri in India, in un clima ostile che non promette nulla di buono e che soprattutto l’Italia continui a giocare una partita melensa e priva di mordente con il governo indiano, comincia a stare stretto a molti. Meglio ancora, c’è una  rabbia sorda che sale e non solo nel mondo militare, ma anche sui social network, e nelle manifestazioni (poche, purtroppo) che si organizzano per dare almeno un sostegno morale alle famiglie.

Dunque sono passati otto mesi (e chissà quanti altri ne passeranno) da quel 15 febbraio in cui i sei marò di scorta alla petroliera avvistano una barca che si avvicina veloce, con una rotta tipica degli assalti in mare. C’è una sparatoria, su cui gravano molti misteri e muoiono due pescatori. I marò sono accusati dell’uccisione, le armi sequestrate, i risultati delle perizie balistiche praticamente sconosciuti, la nostra diplomazia beffata, al di là dei sorrisi accattivanti di un sottosegretario e le parole rassicuranti del ministro Terzi.
Otto mesi e Massimiliano Latorre, 44 anni di Taranto e Salvatore Girone, 34 anni di Bari, sottufficiali del Reggimento San Marco della Marina militare, restano prigionieri, anche se formalmente in libertà, in attesa di un processo che non  dovrebbe tenersi e che invece si terrà, anche se la data continua ad allontanarsi giorno dopo giorno. Certo l’8 novembre ci sarà un’udienza al tribunale di Kollam, ma i tempi si annunciano lunghissimi  prima che la suprema Corte Indiana decida se la giurisdizione è indiana o italiana, come sostiene da sempre il nostro Paese poiché l’incidente si è verificato in acque internazionali e i due marò non stavano facendo una crociera ma erano di servizio sulla petroliera, comandati a tutelarne la sicurezza, secondo un preciso mandato di legge italiano. Mandato, va detto fino alla noia, reso necessario dal susseguirsi di assalti e sequestri a cui l’India non pare aver dato molta importanza fino a che c’è stato questo incidente misterioso (hanno sparato davvero i nostri marinai?) per dare vita ad un valzer di accuse al nostro Paese, e per farsi beffe della nostra diplomazia che fa nascere più di un dubbio sulle reali intenzioni di quella amministrazione.

Morale, i due Marò vengono trattati come killer e il Governo, che di fatto viene considerato dagli indiani come il mandante morale della sparatoria, appare incapace di  risolvere la questione. Così la rabbia cresce anche dopo la garbata provocazione della Ferrari che, nel gran premio di domenica scorsa, ha esposto la bandiera della nostra Marina militare sui cofani delle monoposto e ha suscitato roventi polemiche  del ministro degli esteri indiano. Che fare? Beh, qualche idea verrebbe per mettere le carte in tavola tra governi. Ci sono accordi commerciali e di studio, commesse industriali. Possibile che il nostro Governo non sappia opporre altro che chiacchiere e radiosi sorrisi di tiepidi ambasciatori ad un’evidente rappresaglia contro il nostro Paese?

beppe.fossati@cronacaqui.it 

 

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