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I figli senza nome dei desaparecidos cercano le loro origini in Piemonte

Guillermo Perez Roisinbilt è ormai un uomo, ma solo dodici anni fa ha riconquistato il suo vero cognome: quello della famiglia trucidata e scomparsa nell’Argentina di Videla. La sua infanzia, infatti, è stata quella di un bambino cresciuto da due genitori consapevoli di «aver commesso un delitto», una “adozione” mascherata per nascondere un rapimento, il furto di un figlio. Una pratica altamente diffusa negli anni del regime e a causa della quale sono oggi, almeno, 393 i figli di desaparecidos argentini che non hanno mai conosciuto i genitori e le loro vere origini. Adulti tra i 30 e i 38 anni, “ricercati” in tutto il mondo, come lo era Guillermo, che ha raccontato la sua storia per presentare un’iniziativa partita dalle Abuelas di Plaza de Majo, alla quale hanno aderito il Comune e l’Università degli Studi di Torino.

«Siamo alla continua ricerca di adulti che non sanno di essere figli di desaparecidos e potrebbero vivere o trovarsi in contatto anche con la comunità torinese e piemontese. Questa è stata una terra di forte emigrazione verso l’Argentina e qui potrebbero ritrovare le proprie vere origini, quelle perdute negli anni della dittatura» ha spiegato Carlos Cherniak, responsabile per i diritti umani presso l’ambasciata argentina a Roma.

 

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