Il Borghese

La lezione delle grandi tragedie

Da sempre ripetiamo che certi fatti, certe tragedie diventano per forza di cose “esemplari”, nel senso che trovano un enorme risalto nelle cronache nazionali, non soltanto della nostra città. E talvolta mettono in moto meccanismi per cercare di ovviare al problema, o alla mancanza che ha provocato la tragedia. Ma poi finiscono per far passare in secondo piano i drammi minori eppure similari. Quella della Thyssen è stata, giustamente, la tragedia che ha smosso le coscienze e gli apparati giudiziari, e persino la politica che ha tentato di dare una nuova normativa alla tematica della sicurezza sul mondo del lavoro, non bisogna però dimenticare che ogni giorno, nelle fabbriche, nei campi, negli uffici si verificano infortuni anche gravi e si contano morti e feriti.

Allo stesso modo la storia di Vito Scafidi, morto a 17 anni nel crollo di un controsoffitto della sua scuola, ha commosso, indignato, innescato procedimenti giudiziari e via discorrendo. E l’errore sarebbe di pensare che i riflettori accesi sul caso limite non debbano farci scorgere anche lo stillicidio di vicende di minore gravità, ma che pure devono destare allarme e mettere in moto quei meccanismi utili a porre rimedio. A scuola ci si fa male, eccome. Ci si fa male nelle palestre, nei laboratori – dove ovviamente le lezioni prevedono un esercizio manuale superiore a quello di una verifica di storia -, ma persino nelle normali aule e nei corridoi. In un anno, nelle scuole piemontesi, si sono contati 9.501 infortuni, ci sui 3.381 soltanto in quelle torinesi. E, a differenza di quanto accade per i lavoratori, gli studenti non hanno certo la copertura dell’Inail: se capita un infortunio, è l’Asl a coprire le spese mediche. L’Inail interviene quando alla vittima rimangono conseguenze gravi, la cosiddetta invalidità permanente che può anche essere minima – per intenderci la distrazione del rachide cervicale, ossia il “colpo di frusta”, vale un 3-5 per cento di invalidità permanente nella tabella Inail – o gravemente menomante. Il risarcimento parte quando il danno è superiore al 16 per cento. Nel 2010 questi casi sono stati una quindicina, nel 2011 tredici. E non si tratta certo di un dato risibile come potrebbe lasciare intendere un numero con due sole cifre. Il fatto è esiste un progetto per insegnare la sicurezza nelle scuole – attenzione agli infortuni, osservazione delle normative, esistono persino corsi di guida sicura per gli allievi di alcune superiori -, ma come può essere efficace e attendibile quando lo stesso edificio scolastico può diventare una trappola foriera di infortuni? La maggior parte delle nostre scuole non è a norma con il certificato antincendi, molte sono alle prese con la bonifica dall’amianto, in altre ancora l’impianto elettrico è troppo vecchio e quindi precario. Tutte situazioni che espongono gli studenti, così come gli insegnanti, i tecnici, gli amministrativi e via discorrendo, a gravi rischi.

Chiaramente, e per fortuna, non tutte le magagne delle scuole si mutano in tragedia come al Darwin. Ma, al di là delle sentenze dei tribunali e del dolore, ciò che quella vicenda dovrebbe ancora ricordarci è che situazioni di rischio si corrono ogni giorno e sono migliaia i piccoli grandi incidenti che si contano dalle aule alle palestre. Per questo occorre riflettere che per le scuole occorrerebbe riservare la medesima attenzione usata per il mondo del lavoro, in particolare dopo lo scossone del rogo alla Thyssen. Perché non sia necessario aspettare sempre e comunque la tragedia irreparabile.

andrea.monticone@cronacaqui.it

 

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