Il Borghese

Meno burocrazia contro i furbi

Ogni medaglia ha due facce. E così ogni magagna di questo Paese, ogni avvenimento, può essere vista anche da un altro punto di vista. Che, nel caso di scandali o malefatte, non attenua certo le colpe dei responsabili, ma allarga il giro d’orizzonte, sposta la prospettiva e, chissà mai, forse aiuta anche a studiare contromisure, a elaborare rimedi e vaccini.
Prendiamo per esempio la questione della corruzione. Da sempre, assieme alla burocrazia, è una delle palle al piede per lo sviluppo del Paese. Secondo il dossier delle associazioni Libera, Legambiente e Avviso pubblico, il malcostume delle mazzette ci costa un punto percentuale di Pil ogni anno, circa 10 miliardi di euro, in soldoni, con  un carico – per quanto riguarda le conseguenze economiche nel totale – di un migliaio di euro all’anno per ogni italiano, bambini compresi.

Si è sempre portati a credere che la corruzione interessi solo la politica e la pubblica amministrazione, ma in realtà il malcostume investe ogni settore della nostra società. Perché se è vero che c’è un politico che si fa corrompere, che chiede la mazzetta per un appalto o altro, c’è anche un imprenditore, un cittadino che corrompe e che paga, vuoi perché costretto, vuoi perché ormai vittima inconsapevole della “consuetudine” in cui troppo spesso si tramuta il malaffare.

Quindi, se la corruzione dilaga nel Paese e investe i settori dei lavori pubblici o dell’ambiente, capita anche perché sull’altro lato della medaglia campeggia la “faccia” della burocrazia, ossia di quel sistema elefantiaco che rallenta i controlli, allunga le procedure, lascia interstizi e zone d’ombra in cui prosperano le scorciatoie, i sistemi al limite della legalità o dell’etica, tutto ciò che per troppo tempo abbiamo mandato a memoria all’insegna del «così fan tutti».

Allo stesso modo la questione dei troppi soldi che circolano attorno alla politica discende da un lassismo tipico di “vacche grasse”, di stagioni dorate in cui pareva normale per alcuni godere di privilegi, ma anche per il semplice cittadino pareva normale se non addirittura giustificato che questo accadesse. Poi sono cambiati i tempi e alla crisi si sono accompagnati i venti della cosiddetta “antipolitica” che è figlia di una delegittimazione della classe governante, una delegittimazione in realtà per buona parte auto-inflitta…
Ora la parola d’ordine è «trasparenza», che si accompagna – ancora i due lati della medaglia – a tagli, sforbiciate, risparmi, riduzione degli sprechi. Tutte situazioni che si possono sintetizzare in apparati troppo grandi e controlli troppo lievi o distratti. In poche parole, una eredità di tempi passati in cui mettere ordine nell’apparato pubblico, oltre che nel tessuto sociale, non era considerato essenziale e neppure urgente.

Ma la trasparenza deve accompagnarsi a efficienza. Non basta rendere noti i costi e anche i tagli apportati – nell’immediato e nel futuro -, occorre lavorare per ridurre le occasioni di abuso o di malaffare, rischiarando quelle zone d’ombra di cui parlavamo, eliminando le lungaggini, gli apparati pachidermici e quant’altro favorisca i furbi, i disonesti e danneggi i cittadini, scatenandone l’indignazione. Senza appellarsi a una questione etica – secondo don Ciotti di Libera il nostro Paese è in “coma etico” – è sufficiente considerare questa necessità, quella di una maggiore efficienza. Conviene a tutti. O forse no?

andrea.monticone@cronacaqui.it

 

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