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Torino: otto milioni di euro per curare i detenuti in carcere

Duecento visite specialistiche al giorno, altre 200 se si considerano anche quelle “generiche”. E poi sei medici dirigenti, 25 medici di guardia, una trentina di specialisti e una quarantina di infermieri. Cifre importanti, che fanno del presidio sanitario del carcere Lorusso e Cutugno un esempio di garanzia del diritto alla salute per chi è privato della libertà e che per questo, spiega il direttore del Dipartimento Tutela della Salute dell’Asl To2  Roberto Testi, «per il momento non hanno subito tagli». Profondo conoscitore della questione carcere grazie ad un’esperienza decennale, dallo scorso luglio Testi sta cercando di razionalizzare le risorse a disposizione. Di capire dove e come tagliare, per rendere il servizio «più efficiente mantenendo l’efficacia attuale».

Ogni anno, emerge da una prima stima, per garantire la salute dei detenuti nell’istituto torinese vengono spesi circa «otto milioni di euro». Una goccia nel mare, se si considera il totale della spesa sanitaria nella regione. Ma comunque troppo, in tempi di spending review. «L’investimento di risorse così importanti per la tutela della salute dei detenuti – spiega Testi – è giustificato dal fatto che chi viene privato della libertà non può scegliere dove curarsi e quindi lo Stato ha il dovere di assicurare il miglior trattamento possibile». Il carcere, inoltre, «è un ambiente in cui vivono persone che generalmente hanno problemi di salute, con patologie varie e un’altissima incidenza di tossicodipendenza».

Per questo, «deve anche esserci una presenza maggiore rispetto al resto del territorio». Fuori dal carcere, ad esempio, ogni medico di base ha in carico circa 1.500 pazienti, mentre nel carcere Lorusso e Cutugno i circa 1.500 detenuti (ieri mattina erano 1.466), possono contare su una sessantina di medici e una quarantina di infermieri.

All’interno della struttura, del resto, c’è una sorta di piccolo ospedale, dove possono essere eseguiti tutti i tipi di esame, tranne la risonanza magnetica e la tac. In caso di necessità, tac e risonanze vengono eseguite al Maria Vittoria o al Giovanni Bosco, quindi nell’ambito della stessa Asl. «Questo è un primo passo per risparmiare – spiega Testi – reso possibile grazie al fatto che il presidio è diventato parte di un dipartimento della Asl e che dunque può accedere a tutte le prestazioni previste sul territorio». Per il presidio lavorano sei medici dirigenti, responsabili dei vari blocchi, e 25 medici di guardia che operano su più turni, almeno tre dei quali sono sempre presenti. Poi ci sono trenta specialisti (chirurghi, oculisti, dermatologi, ecc) e una quarantina di infermieri. Soltanto una parte di coloro che operano all’interno, però, sono assunti dalla Asl. Gli altri vengono pagati a ore, come liberi professionisti nell’ambito di accordi con la Asl stessa. «Fosse possibile assumere – spiega Testi – potremmo di sicuro risparmiare». Così come si potrebbe risparmiare tagliando quelli che Testi definisce «ricoveri impropri». Sovente («circa trenta volte al mese») nonostante le risorse a disposizione all’interno della struttura, i detenuti vengono inviati dai medici nei vicini ospedali, accompagnati dal personale della polizia penitenziaria, già ridotto all’osso. E in parecchi casi i detenuti vengono dimessi poco dopo. «Molto spesso questo accade perché le persone ristrette tendono ad “accentuare” certi problemi – conclude Testi – ma cercheremo comunque di ridurre i trasferimenti inutili in ambulanza verso altre strutture».

tamagnone@cronacaqui.it

 

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