Il Borghese

Diego fa le scarpe all’Amerikano

Donne e motori. Ogni paese ha il suo gossip. Francia e Regno Unito si scatenano sul topless di Kate futura regina ritratta in intimità con il suo sposo (galeotti d’estate sono spiagge, piscine e yacht di lusso) e noi che di questi problemi non ne abbiamo, salvo sbavare sulle riviste patinate, preferiamo concentrarci sui motori. Soprattutto su quelli che non si vendono più. O per lo meno se ne vendono pochi, pur con le quattro ruote a supporto. In questo clima si vive la disfida tra il patron della Tod’s, Diego Della Valle e i vertici Fiat con lampi di guerra contro la famiglia Agnelli e «i suoi obblighi» verso il bel Paese. Tutto comincia con la doccia fredda di Sergio Marchionne, detto l’Amerikano, sul progetto Fabbrica Italia che avrebbe voluto dire  investimenti per 20 miliardi di euro da parte del gruppo Fiat per rilanciare la produzione di auto in Italia con un fiorire di nuovi modelli e, naturalmente, di avveniristiche linee produttive. Progetto accantonato, anzi messo in frigorifero – come ha spiegato Marchionne – perché i tempi non sono più quelli in cui era maturato, perché la crisi ha azzoppato il mercato e in Europa si sono persi due milioni di veicoli. Il che, traducendo, potrebbe voler dire che Mirafiori, tanto per fare un esempio che ci riguarda da vicino, non chiude ma entra in coma da cassa integrazione per almeno due anni.

Un malato grave attorno al cui capezzale si affaccendano in tanti con la solita nenia dei “forse”, dei “speriamo” e degli appelli a conservare ciò che hanno costruito i nostri padri. Tranne la Fiom che fa la guerra da sempre e Mister Tod’s. Obiettivi diversi, eskimo e doppiopetto. Ma è il secondo a guadagnare le pagine dei giornali e la ribalta tivu. Diego Della Valle, che pure dovrebbe ammettere di dovere la sua fortuna a Gianni Agnelli che è stato negli anni la vera icona del suo marchio, facendo conoscere i suoi mocassini in tutto il mondo, spara a zero contro la Fiat, la Famiglia, il giovane presidente Elkann e l’ad Marchionne. Chiede che gli Agnelli mettano mano al portafoglio o «tornino a fare quello che sanno fare meglio» cioè ottime sciate, ottime veleggiate e via discorrendo. Una scossa elettrica in un mondo in cui ci si uccide, ma con grazia. E senza mai alzare il tono della voce. Un’anomalia in cui la ragione e il torto sembrano pareggiarsi. Prendiamo Della Valle. Lui deve il successo del suo colosso imprenditoriale alla delocalizzazione che lo ha premiato almeno negli ultimi dieci anni, visto che il «Made in Italy» si fa, e molto, anche oltre frontiera. Ma fa lezione sull’attaccamento al suolo patrio e sullo stile imprenditoriale tradito. E prendiamo Sergio Marchionne. L’Amerikano ha a cuore due priorità: fare soldi e portare utili agli azionisti.

Da imprenditore non fa una piega, a meno di voler cambiare le regole del gioco. Dunque va dritto per la sua strada, progetta e poi adegua il progetto ai tempi. E se c’è crisi non scappa ma mette tutto nel frigorifero, dedicandosi agli Usa, al Brasile e ai mercati che fanno utili. Manca, nella bega tra Vip che magari nasconde anche rancori calcistici e di controllo della Rcs, la più importante casa editrice italiana (visto che controlla il Corriere della Sera), l’Obama di turno. A differenza degli States, i nostri governi hanno cantato la ninna nanna e il sindacato ha sbagliato tutto incentivando più i lavativi che quelli che volevano fare gli straordinari. E adesso siamo tutti qui, con il naso schiacciato contro la vetrina del Lingotto ad aspettare un pacco dono, oppure che si spengano le luci. Possiamo immaginare, come vorrebbe Mister Tod’s, un’azienda automobilistica che produca solo Alfa Romeo, Ferrari e Maserati, tanto per stare nel polo del lusso, accentuando il valore dei nostri progettisti e dei costruttori, insieme a migliaia di posti di lavoro? O dovremo, ringraziando il Padreterno, continuare a fare solo utilitarie dopo un paio di anni nel congelatore a pane, acqua e cassa integrazione? Se il governo c’è, è il momento di battere un colpo.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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