Il Borghese

L’euro si mangia pure le nostre tagliatelle

Come stavamo dieci anni fa, prima dell’entrata in vigore dell’euro? La risposta, al di là di qualunque valutazione politica, fa male al portafoglio. Dal 2002 ad oggi i prezzi hanno subito un’impennata che, in Piemonte, è superiore al 26 per cento. Come dire che la moneta unica si è “mangiata” oltre un quarto delle nostre risorse, provocando aumenti generalizzati un po’ in tutti i settori. Da noi – tanto per fare un esempio – i trasporti pubblici e privati ci hanno inferto un salasso formidabile, pari a circa il 48 per cento. E così via passando dagli alcolici ai tabacchi, per finire all’arredamento della casa, all’abbigliamento e agli alimentari. E poi ancora le ristrutturazioni, gli affitti, i combustibili, le bollette.

Il 26 per cento di aumento rappresenta ovviamente la media di questi ricari, senza trovare – neppure con il lanternino una voce, una sola, che abbia fatto registrare un meno. A confermarlo sono i dati statistici elaborati dall’Ufficio Studi della CGIA di Mestre. Tra il 2002 ed il luglio di quest’anno, l’inflazione media italiana è cresciuta in maniera abnorme rispetto al passato, colpendo – e qui sta il vero elemento di novità – più il sud che il nord Italia visto che le regioni che hanno pagato più caro e salato il cambio della moneta sono la Calabria dove si è registrato l’incremento più elevato (+31,6%), seguita da Campania (+28,9%), Sicilia (+27,6%), e Basilicata (+26,9%). Tralasciando il concetto, abustato e triste del “mal comune mezzo gaudio”, gli analisti spiegano la maggior crescita dell’inflazione avvenuta nel Sud con il fatto che la base di partenza dei prezzi nel 2002 era molto più bassa rispetto a quella registrata nel resto d’Italia. Inoltre, a far schizzare i prezzi in questa parte del Paese, hanno concorso anche il drammatico deficit infrastrutturale, la presenza delle organizzazioni criminali che condizionano molti settori economici, la poca concorrenza nel campo dei servizi e soprattutto un sistema distributivo delle merci molto arretrato e poco efficiente.

Detto questo non è che al nord, in Piemonte in particolare, le cose siano andate molto meglio. Nella media del pollo italico quello 0,9 per cento che ci separa dalla Basilicata non è proprio di conforto. Paghiamo anche noi, come nel Mezzogiorno, lo spaventoso deficit logistico/infrastrutturale che grava sulla competitività dell’intero sistema delle nostre imprese e conseguentemente sui costi dei servizi e dei prodotti offerti ai consumatori finali. E qui possiamo mettere in conto la scarsa dotazione di strade ed autostrade, il grave ritardo del nostro settore ferroviario e l’insufficiente dotazione di reti elettriche e di trasporto e stoccaggio del gas naturale, oltre alla indubbia capacità degli speculatori che, stando alle statistiche ci hanno fatti letteralmente neri. L’euro ha fatto esplodere i prezzi delle bevande alcoliche e dei tabacchi (+63,7%), quello delle manutenzioni e ristrutturazioni edilizie, gli affitti, i combustibili e le bollette di luce, acqua e gas e asporto rifiuti (+45,8%), nonché dei trasporti (treni, bus, metro +40,9%). Una corsa al rialzo dove i piemontesi, analizzando i dati relativi al 2011 hanno lasciato sul terreno solo per i trasporti, le bollette e le spese legate alla casa circa il 50 per cento dei loro proventi immaginando un budget famigliare medio intorno ai 30 mila euro, mentre la spesa quotidiana ha eroso solo il 19 per cento. Siamo più poveri e mangiamo anche di meno? Le statistiche non arrivano a calcolare l’incidenza della fettina o della pagnottella, ma di fatto è proprio così. L’euro si è pappato pure una parte delle nostre sane e gustose tagliatelle della domenica.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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