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Torino: ragazza di 17 anni rapita da uno zingaro nel campo abusivo

Una ragazza rapita mentre gioca con la sorellina, un padre disperato che si presenta di notte in questura, il timore che possa essere stata fatta sparire per una ritorsione nei confronti della famiglia. In polizia scatta l’allarme rosso, vengono messi sotto controllo telefoni, sentiti testimoni, setacciati campi rom in mezza Italia. Alina (la chiameremo così), 17 anni, sembra svanita nel nulla. Il telefono di quello che gli investigatori sono convinti sia il rapitore è spento, le perquisizioni nelle roulotte dei suoi parenti a Pesaro, Ascoli, Ravenna e Faenza non danno esito. E con il passare delle ore comincia a temersi il peggio. Fino all’8 agosto, cinque giorni dopo il sequestro, quando Alina, che abita nel campo nomadi di via Germagnano, torna dal padre, da sola. Gli agenti – che ora continuano ad indagare per ricostruire tutti i pezzi di un puzzle ancora incompleto – individuano il presunto rapitore, uno zingaro di 20 anni, che viene condotto in carcere per un’altra vicenda e denunciato per sequestro di persona.

Un sequestro lampo, dal movente ancora poco chiaro, cominciato il 3 agosto quando un uomo – ha raccontato un testimone – ha afferrato Alina per un braccio, l’ha costretta a salire su un’auto forse guidata da un complice ed è fuggito a tutta velocità dal campo. Un campo nomadi abusivo sempre più fuori controllo, nascosto laggiù in fondo, dove finisce l’asfalto e comincia una città invisibile che ogni giorno si espande, inglobando nuovi problemi e tensioni che spesso sfociano in episodi di violenza.

L’ultimo la notte scorsa, quando è scoppiata l’ennesima rissa. E pensare che fino a qualche mese fa la situazione sembrava tornata tranquilla. Le faide tra due cugini in lotta si erano concluse con l’espulsione di un capo, e pareva che le famiglie avessero trovato un certo equilibrio che ora, forse, si è rotto un’altra volta.

La situazione, del resto, è molto complessa. Perché in poco più di un anno gli occupanti dei terreni accanto all’Amiat sono diventati un centinaio. E a roulotte e furgoni si sono aggiunte baracche in legno e lamiera. Segno che i nomadi, così come era capitato in lungo Stura, non vedono più via Germagnano come un luogo di passaggio, ma di residenza stabile. Così, il campo si ingrandisce. Diviso in due parti. Nella prima, gli slavi, i cosiddetti “esuli”, cacciati o emigrati da altri campi. Nella seconda, oltre un furgone che fa da confine, i romeni. In mezzo, una guerra che non fa differenze tra etnie ma è finalizzata al potere. Al controllo delle donne che si vendono in strada, alle percentuali sul denaro raccolto dai bambini, all’obolo che pare sia imposto a chi occupa le baracche, anche in lungo Stura. Potrebbe esserci tutto questo dietro il misterioso rapimento. Ma l’indagine prosegue, affidata al commissariato Madonna di Campagna. E al momento nessun movente, compreso quello passionale, può essere escluso.

Stefano Tamagnone – tamagnone@cronacaqui.it 

 

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