Il Borghese

L’Italia allergica ai tagli

La parola “taglio” o il verbo “tagliare” in Italia non piacciono, tanto che con il solito impeto esterofilo l’abbiamo subito ribattezzata “spending review”. Suona meglio, no? È molto più cool, diranno i più giovani. E poi forse pronunciare “taglio” provoca in chi ci governa attacchi immediati di orticaria. Basterebbe ricordare gli impegni dei leader di Pd e Pdl nella campagna elettorale del 2008, quando Walter Veltroni prometteva l’abolizione delle Province «inutili» e Silvio Berlusconi rilanciava garantendo tabula rasa. Per tre anni tutti hanno fatto finta di niente, poi (guarda caso) nell’estate del 2011 ecco spuntare una proposta: via tutte le Province con meno di 300mila abitanti o una superficie inferiore a 3mila chilometri quadrati.  Apriti cielo: tra proteste e minacce rigorosamente bipartisan la proposta è finita nell’italico dimenticatoio.

Ma ecco che l’Italia ha cominciato a sprofondare nelle sabbie mobili della crisi e della recessione e così è arrivata la lettera con le prescrizioni della Banca centrale europea, che suggeriva, tra le varie misure, proprio l’abolizione delle Province. Il governo tecnico dei professori guidato da Mario Monti scattò sull’attenti e nel decreto “Salva Italia” inserì finalmente una tagliola. Ri-apriti cielo: altre proteste e minacce bipartisan, con conseguente mezza retromarcia dell’esecutivo, che ha quindi concesso un anno di tempo per fissare i criteri in base ai quali ridimensionare gli apparati delle Province, trasformate da organismi elettivi in strutture di diretta emanazione comunale. Tutti soddisfatti? Manco per sogno. Così, preoccupato da un ricorso dalla Corte costituzione contro quella disposizione del “Salva Italia”, il governo Monti questa estate (guarda caso) cambia strada. Addio all’abolizione delle Province e via alla loro riduzione: da 107 a 64.

Ma anche questa non è la volta buona, perché il partito delle Province al Senato riesce a ottenere che dall'”accorpamento” si passi al più morbido “riordino”. E chi si dovrebbe occupare di questo riordino? Le stesse Province, attraverso i Consigli delle autonomie locali. Una mossa che rischia di «allungare i tempi», come profetizza il relatore del decreto, il pidiellino Gilberto Pichetto Fratin. Intanto chi finisce nella tagliola del riordino non ci sta e minaccia nuovi ricorsi alla Corte costituzionale, come il presidente della Provincia di Benevento, Aniello Cimitile.

Chi si stupisce non conosce il machiavellismo italico. In fondo non passa estate (si vede che agosto porta consiglio) senza annunci di tagli epocali. Emblematici quelli sventolati l’anno scorso, quando ancora non si parlava di spread, Bund e Btp un giorno sì e l’altro pure: «Ok a bilancio Camera, tagli per 150 milioni», «Via libera Senato a tagli per 120 milioni», titolava l’Ansa. Peccato che le spese correnti non scendano mai. Montecitorio nel 2001 costava ai contribuenti 749,9 milioni di euro, nel 2011 è arrivato a un miliardo e 59 milioni. Palazzo Madama nel 2001 costava 349,1 milioni, dieci anni dopo 574 (+65%). Identico discorso per gli enti inutili: ogni estate si ripresenta lo stesso tormentone, condito di promesse di cancellazioni e abrogazioni, ma poi si scopre che alla fine non ne hanno tagliato nemmeno uno.

Adesso è il turno delle auto blu: dovevano subire una ferrea dieta dimagrante, ce ne sono ancora 60.429, con un costo annuo di un miliardo e 220 milioni euro. Soltanto l’anno scorso sono state acquistate 2mila auto nuove: la spesa complessiva è così cresciuta di altri 21 milioni, ai quali si sommano gli 85 milioni per mantenere un esercito di 20mila persone tra autisti e dipendenti addetti al parco auto. Tuttavia il ministro Patroni Griffi ha sottolineato che negli ultimi due anni e mezzo l’erario ha risparmiato 280 milioni. Un po’ pochino, forse, ma si sa, l’Italia è un popolo di viaggiatori.

filippo.deferrari@cronacaqui.it 

 

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