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Cronaca

Volevano uccidere il Papa a Torino. Espulsi due marocchini: già liberi

Volevano uccidere il Pa­pa. E lo avrebbero potuto fare il 2 maggio scorso a Torino nel corso della visita del Pontefice. Quelli che si ritiene potes­sero essere kamikaze sono stati individuati il 29 aprile (tre giorni prima dell’atten­tato che si sospetta avessero progettato con cura e nei dettagli) dalla Digos di Pe­rugia. Il ministro Maroni ha firmato di suo pugno l’ordi­ne di espulsione ma, appe­na rimpatriati, i due sono stati subito messi in libertà dalle autorità marocchine. Mohamed Hlal, 27 anni, e Ahmed Errahmouni, 22 an­ni, entrambi studenti all’Università per stranieri di Perugia, il primo iscritto a Lettere, il secondo a Mate­matica, sarebbero stati tro­vati in possesso di una car­tina dettagliata del percor­so papale a Torino. Dalle intercettazioni dispo­ste dalla Digos sono emersi i loro intenti in maniera chiara e inequivoca. Proget­ti di attentati e conversazio­ni in cui Hlal esprimeva il desiderio di procurarsi dell’esplosivo. E, nel decre­to di espulsione si legge, tra le motivazioni, che «Hlal ha auspicato la morte del capo dello Stato della Città del Vaticano, affermando di essere pronto ad assassinar­lo per garantirsi il Paradi­so ». Il capo della Digos di Peru­gia, Lorenzo Manso ha de­scritto i due giovani come «gli animatori di una cellu­la jihadista pronta a com­piere attentati». Nello ca­poluogo umbro, nel corso della stessa indagine, sono stati perquisiti altri sei stu­denti universitari (quattro marocchini, un tunisino e un palestinese) «che erano, a vario titolo, in contatto con i due espulsi». Otto sono state le perquisizioni domiciliari disposte dalla procura, che hanno portato al sequestro di «un copioso materiale cartaceo e infor­matico », già definito dalla Digos: «Estremamente inte­ressante ». Gli investigatori non riten­gono chiusa l’inchiesta e ora cercano l’esplosivo che i due giovani avrebbero ten­tato di acquistare. Non si esclude neppure che i cin­turoni imbottiti di tritolo che i due kamikaze avreb­bero dovuto indossare sa­rebbero stati consegnati ai terroristi direttamente in un’altra città italiana. La Digos dubita «che i due si sarebbero messi in viaggio con l’esplosivo al seguito». Molto più verosimile, inve­ce, sarebbe l ‘ i p o t e s i dell’esistenza di un presi­dio logistico nel nord del Paese dove altri terroristi avrebbero potuto fornire l’attrezzatura necessaria per compiere il mortale at­tentato al pontefice. Una notizia inquietante che si è appresa ieri proprio nell’anniversario dell’a t­tentato a Giovanni Paolo II e mentre Benedetto XVI, in visita a Fatima, ringraziava la Vergine per aver «deviato quella pallottola mortale»bardesono@cronacaqui.it

 

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