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Salute: così gli oncologi dell’Ircc di Candiolo combattono il “big killer” , il tumore del colon retto

Fa parlare di sé per la frequenza con la quale riesce a colpire in maniera importante l’area inferiore del colon, in particolare il retto. Forte ed insolente è il tumore del colon-retto, al punto che gli oncologi lo definiscono “un cancro difficile da trattare, ma allo stesso tempo intrigante perché è un mondo ancora tutto da scoprire”.
Si colloca al terzo posto tra i big killer: arriva dopo il tumore del seno per le donne e del polmone per gli uomini. Ma se per queste due neoplasie le diagnosi precoci e i trattamenti innovativi permettono oggi di domare il loro processo evolutivo e, con successo, di determinarne anche la sconfitta, ora cerchiamo di capire se per questo tumore vale lo stesso traguardo.
Dunque, raccogliamo dati epidemiologici sulla sua incidenza e prevalenza e sulla mortalità, ne cogliamo caratteristiche e natura. Ma raccontiamo anche le speranze di sconfiggerlo che ci giungono dal campo della ricerca scientifica, che non si ferma mai; e conosciamo le nuove tecnologie che sono impiegate in campo chirurgico per trattare questo big killer in un centro di riferimento nazionale ed internazionale come l’Istituto per la Ricerca e la Cura del Cancro di Candiolo.

Rispondono il professor Massimo Aglietta, primario di Oncologia dell’Istituto di Candiolo, il dottor Michele De Simone, primario di Chirurgia Oncologica dell’Istituto di Candiolo e il professor Alberto Bardelli, responsabile della Ricerca Fondamentale dell’Istituto di Candiolo.

 

Il tumore del colon-retto è uno dei tumori che oggi fa molto discutere. È considerato dagli esperti un “big killer” insieme al tumore del seno e al polmone. Perché fa tanto paura?
Per la sua frequenza e perché ancora oggi, sebbene le guarigioni siano frequenti, oltre un terzo dei pazienti muore a causa delle complicanze metastatiche della malattia.

Quali sono le cause del suo sviluppo?
La maggior parte dei tumori colorettali, circa l’80%, ha origine sporadica, mentre il restante 20% è legato a predisposizione genetica. Le cause dello sviluppo dei tumori colorettali sporadici sono in gran parte ignote. Giocano però un ruolo rilevante l’età (l’incidenza aumenta significativamente dopo i 50 anni) e il tipo di dieta (una dieta ricca di proteine e grassi animali e povera di fibre sembra favorirne l’insorgenza).

Quali sono i numeri della sua incidenza a livello nazionale e in Piemonte? E quante persone sopravvivono a questo tumore?
A livello nazionale ogni anno vengono diagnosticati circa 50mila nuovi casi e si registrano circa 20mila decessi. In prevalenza questo tipo di tumore colpisce gli uomini (58% uomini, 42% donne). Il 57% degli individui colpiti sopravvive a cinque anni dalla diagnosi.

Cosa ci dicono i dati più recenti?
I dati più recenti (anno 2010) segnalano un tasso di incidenza in Piemonte di 91 individui su 100mila, leggermente inferiore al dato italiano (108/100.000). Sulla popolazione della città di Torino l’incidenza della malattia è in linea con quella regionale e si registrano poco meno di 500 nuove diagnosi.

Quali sono i fattori di rischio? Come si può prevenire?
Vi sono alcuni casi di origine familiare che spesso compaiono in giovane età. La prevenzione primaria si basa su un’alimentazione corretta e ricca di scorie, oltre che su un’adeguata attività motoria e sull’eliminazione di fumo e dell’eccesso di alcool. Con manovre di screening come la colonscopia (tradizionale o virtuale) o la rettosigmoidoscopia, eventualmente successive alla ricerca del sangue occulto nelle feci, è possibile diagnosticare sia neoplasie in fase iniziale (e quindi con elevate probabilità di guarigione) che alterazioni preneoplastiche, che possono essere rimosse endoscopicamente prevenendo la formazione di neoplasie.

Quali sono le peculiarità di trattamento di questo tipo di tumore?
Il tumore colorettale, specialmente se ha già dato origine a diffusione metastatica, richiede una valutazione multispecialistica. Un contributo fondamentale infatti viene dall’integrazione delle diverse discipline, sempre più numerose, che si occupano di questa patologia. La pianificazione terapeutica nella malattia avanzata vede oggi il contributo di oncologi medici, chirurghi, gastroenterologi, radiologi, medici nucleari, radioterapisti, anestesisti, patologi e biologi molecolari.

Nell’Istituto per la Ricerca e la Cura del Cancro di Candiolo quali sono le novità nel suo trattamento?
Sono a disposizione, dopo l’indagine molecolare che identifica i pazienti che maggiormente ne beneficiano, sia chemioterapie classiche che farmaci a bersaglio molecolare. Sono anche attivi protocolli clinici sperimentali per definire l’attività di nuovi farmaci. In ambito chirurgico è oggi possibile, anche in presenza di neoplasie diffuse, il ricorso a tecniche particolarmente sofisticate, con probabilità di guarigione impensabili fino a pochi anni fa. Ad esempio nel caso di metastasi epatiche, con l’uso di strumenti a radiofrequenza, e nel caso di metastasi al peritoneo, con la chemioipertermia locale.

Ha senso trattarlo con terapie adiuvanti come la chemioterapia o radioterapia? Che ruolo hanno in questa fase?
Sì. Le terapie adiuvanti mediche servono a ridurre il rischio di metastasi a distanza, dopo interventi chirurgici apparentemente radicali ma in cui vi è un rischio elevato che cellule tumorali non identificabili alla diagnosi siano in seguito causa di ripresa di malattia. Nel tumore del retto la radioterapia prima o dopo l’approccio chirurgico riduce il rischio di recidive pelviche.

A che punto è la ricerca scientifica italiana sulla lotta al tumore del colon-retto? A Torino e in Piemonte a che punto siamo del lavoro di ricerca?
Importanti passi avanti sono stati compiuti con il sequenziamento del genoma dei tumori colorettali, anche grazie all’attività dei ricercatori di Candiolo. Questi risultati consentono oggi di avere un profilo molecolare personalizzato. Tali informazioni potranno in futuro essere utilizzate per definire la prognosi, i rischi di ricadute e soprattutto le terapie più adatte ad ogni singolo paziente.

Eppure la lotta contro questo tipo di tumore non si ferma qui. Che cosa occorre fare ancora sul piano della prevenzione primaria e sul piano della diagnostica?
È necessario diffondere su larga scala gli stili di vita corretti e i programmi di screening. In particolare, la diagnostica precoce è di estrema rilevanza in quanto è l’unica arma che consente di eradicare, spesso in modo permanente, il tumore. Sappiamo infatti che se si interviene chirurgicamente quando il tumore è ancora localizzato all’intestino e prima che esso metastatizzi in altre sedi le probabilità di guarigione sono molto elevate.

Le nuove tecnologie e farmaci biologici aiutano la cura di uno dei big killer in campo oncologico. All’interno dell’IRCC come si combatte questo tumore da un punto di vista delle nuove tecnologie?
Negli ultimi 5 anni sono stati introdotti molti nuovi farmaci a bersaglio molecolare, alcuni dei quali sono in fase di sperimentazione proprio a Candiolo. Essi hanno la funzione di bloccare la sorgente di nutrimento del tumore (terapia anti angiogenetica) o di limitare la proliferazione delle cellule neoplastiche. Queste terapie sono disponibili presso l’IRCC, anche se non sono efficaci per tutti pazienti.

Cos’altro troviamo in questo istituto?
Sempre presso il nostro istituto sono funzionanti apparecchiature e tecnologie di ultima generazione che consentono di costruire il profilo molecolare tumore specifico e di misurare la presenza di DNA alterato nel sangue dei pazienti. Questo approccio, definito “biopsia liquida”, è stato messo a punto nell’ultimo anno e presto potrebbe diventare uno standard diagnostico, consentendo di monitorare in modo non invasivo (tramite un semplice prelievo di sangue) la risposta terapeutica ad alcuni dei farmaci a bersaglio molecolare sopra menzionati.

Come affrontate, in veste di medici e di uomini, una malattia importante come il cancro quando i pazienti vi chiedono aiuto?
Occorre cercare la piena sintonia, soprattutto psicologica, con il paziente, al fine di ottenerne la collaborazione nell’ambito del complesso iter diagnostico e terapeutico. Tale collaborazione è fondamentale, perché l’adesione convinta del paziente alle diverse fasi della terapia ne garantisce la migliore efficacia.

Infine, quali sono le vostre speranze per questo tipo di tumore?
Ogni anno si fanno piccoli progressi: l’insieme ha portato a un significativo aumento delle probabilità di guarigione e, quando la guarigione non è possibile, a un aumento della sopravvivenza che nella malattia metastatica si misura in anni e non in mesi come una volta. Per questo è fondamentale proseguire nelle attività di ricerca e sostenere l’impegno di centri come l’Istituto di Candiolo.

L’articolo di Liliana Carbone

 

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