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Il Borghese

A Torino la maglia nera sta stretta

Visto dal ponte tra Revello e Saluzzo, il Po assomiglia ad una gigantesca autostrada in costruzione. Un morbido, infinito serpente di ghiaia e pietre. Di acqua non ce n’è neppure una goccia, come se una mano gigantesca l’avesse dirottata altrove o asciugata con chissà quale artificio. Lo stesso capita al torrente Pellice nei pressi di Garzigliana, al Maira a valle di Racconigi, al Varaita e al Sangone. E quando le acque arrivano a Torino e lambiscono i Murazzi che nel bene e nel male sono diventati la spiaggia notturna della movida, non restano che alghe e liquami. Di ciò che ci regala il Monviso non c’è traccia: quello che scorre è un mix spesso maleodorante di scarichi industriali e di riflusso delle irrigazioni. I pesci? Un miraggio.

La fotografia, impietosa ma purtroppo realistica, è stata scattata da Legambiente che denuncia il triste spettacolo dei fiumi completamente asciutti a valle delle grandi diramazioni irrigue poste all’ingresso dei corsi d’acqua in pianura. Colpevole, a sentire i ricercatori, una cattiva agricoltura che saccheggia le riserve idriche e non tiene in considerazione la salvaguardia ambientale e igienica del Po a tutto vantaggio delle sterminate colture di mais e altro ancora che divorano letteralmente la nostra acqua. Comunque sia il risultato è sotto gli occhi di tutti: il grande fiume che potrebbe essere anche una straordinaria attrazione turistica, oltre che fonte di vita e di vegetazione, langue moribondo. E tale arriva in una Torino che vive, una volta ancora, il triste primato di città maglia nera per l’ambiente in un tripudio di micropolveri che – stando ad altri dati ancora meno confortanti – potrebbero essere la causa prima di almeno 400 decessi per malattie polmonari.

Un quadro inquietante per una città che, persa via via la quotidianità della fabbrica, sta cercando una nuova identità nel terziario e nel turismo. Immaginare che nelle camere d’albergo si arrivi a regalare le mascherine antismog al posto delle solite ciabattine in tessuto, ci pare una follia. Sappiamo ormai tutto sulle Alpi che fanno barriera e restituiscono al mittente, cioè a noi, le polveri che produciamo invece che disperderle in cielo. E conosciamo pure le ferrovie, scalcinate e ritardatarie che costringono anche i più recalcitranti a infilarsi alla guida dell’auto. Dunque soffriamo in attesa delle auto elettriche (?) mentre reimpariamo ad andare in bicicletta. Ma il Po? Possibile che sia una battaglia persa restituirlo ai cittadini, renderlo percorribile se non addirittura balneabile con quelle trasparenze che le vecchie foto di Torino ci rimandano con stringente nostalgia? Il fiume, spesso dimenticato, superato velocemente con l’auto nel traffico dei ponti è un tesoro di tutti. E va recuperato anche punendo chi, a monte, ne viola la vita con ogni artificio.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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