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Il Borghese

Un tuffo nel paese dei disonesti

A Torino è stata scoperta un’intera famiglia di falsi ciechi. Una mamma, i due figli e lo zio che dal 1982 ad oggi hanno incassato qualcosa come 500mila euro dall’Inps. Trent’anni esatti di pensioni e assegni di accompagnamento non dovuti. Peggio, ottenuti con l’inganno e la finzione. Una recita che è durata a lungo, sfiorando la perfezione fino a che, con il tempo, certe piccole attenzioni sono cadute e qualcuno ha cominciato a sospettare che un cieco che fa la spesa al mercato scegliendo con cura la frutta e la verdura, oppure una non vedente che ripiega il bastone e lo mette in borsetta a pochi passi dall’ufficio dove fa la centralinista, nascondessero qualche inconfessabile segreto.

E così è partita una telefonata alla Guardia di finanza, sono iniziati gli appostamenti e si è arrivati alla denuncia. Un lavoro tanto scrupoloso da scoprire, nel corso dell’inchiesta, altri due falsi ciechi che con la famigliola non hanno nulla a che spartire, ma che all’Inps, per conto proprio, avrebbero causato un danno di altri 200 mila euro. Fin qui la notizia che non fa altro che avvalorare l’esistenza di una vera e propria “fabbrica” di falsi invalidi che in Italia, negli anni, hanno prodotto un gravissimo danno all’erario, ma soprattutto dimostra una vergognosa rete di connivenze e di convenienze anche da parte di chi, medici, politici, funzionari della sanità, ispettori, avrebbero dovuto vigilare sui possibili abusi. Basta considerare che in Italia, su 200mila pratiche controllate dall’Inps, 22mila, poco più del 10 per cento, sono state cancellate. Erano intestate a persone in buona salute. Altre 30mila sono in attesa di esame e definite a rischio.

Le storie come quella di Torino raccontano il Paese degli assegni di assistenza facili ma soprattutto di un’Italia sconosciuta dove stanno insieme il malato di Sla e chi ha un dolore al gomito. L’unica certezza è la costante crescita della spesa annua per l’assistenza agli invalidi civili: dai 13,5 miliardi di euro del 2006 ai 16,6 previsti del 2010. Ma soprattutto colpisce il numero, anch’esso in aumento, degli assistiti: quasi tre milioni. Se si applicasse la percentuale di pratiche irregolari emerse sinora, al numero complessivo delle prestazioni, quest’anno saremmo di fronte a quasi 12 mila nuovi falsi invalidi. In termini economici, parliamo di un miliardo di euro, se non di più. È un tuffo nel paese degli scaltri. E quella dei malati virtuali è una macchina che produce favori per molti: non solo per i beneficiati diretti ma anche per politici, criminali e qualche associazione ufficialmente dedita alla carità pubblica. La catena di montaggio delle false pratiche è alimentata da soldi o da voti. Lo dicono i verbali delle inchieste, e persino i pentiti della malavita, confermando che, nella sanità – come in altri settori – c’è spesso lo zampino di mafia, camorra e ‘ndrangheta.

ll meccanismo è semplice: i procacciatori di assegni illegittimi si dividono i soldi degli arretrati. E mentre il falso invalido incasserà nel futuro, il boss si porta a casa la somma maturata nel passato. Ma nella catena ci sono complicità a ogni passaggio. Ad aiutare i furbi, anche se può apparire paradossale, ha dato una mano anche la burocrazia, creando quella che è una vera e propria una via crucis per i disabili autentici, ma diventa una giungla di organismi che concorrono alla decisione finale su ogni pratica, tale da consentire ogni tipo di abuso. Inutile aggiungere che ad ogni passaggio può essere in agguato la truffa. La mancanza di controlli incrociati fra i vari organismi e l’assenza di un numero di protocollo unico per ogni singolo paziente favorisce l’illegalità. Di qui il miliardo di euro e oltre che sparisce in decine di migliaia di tasche di piccoli truffatori, creando spesso un danno irreversibile ai disabili veri. Oltre che al nostro portafoglio già disastrato.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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