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Il Borghese

Aspettiamo che l’arbitro fischi

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Una volta bastava una vittoria della Nazionale, oppure una grande impresa sportiva, per far dimenticare per un attimo le miserie del Paese. La vittoria di Bartali, si disse, aveva avuto un ruolo determinante all’epoca dell’attentato a Togliatti. Oggi, lo sport aiuta per un attimo a distogliere l’attenzione dallo spread che vola a quota 520 – poi parla Draghi e si abbassa -, dalla crisi, dal presidio degli esodati a Roma, dalle polemiche al Quirinale: tutti, improvvisamente, ci troviamo riuniti nei bar o nelle bacheche virtuali dei social network a parlare di sport.

Ma non esiste consolazione neppure qui, perché lo sport di cui parliamo non è quello delle belle pagine vergate con le imprese degli atleti: parliamo di uno sport che finisce sotto processo, di un mondo che cerca di ripulire se stesso ma finisce solo per mettere la polvere sotto il tappeto, di un processo sportivo basato sulle parole di “pentiti” considerati più credibili magari di una dozzina di persone a discolpa degli accusati. Ci sono colpe reali? Ci sono grosse montature? La giustizia sportiva, per lo meno, marcia veloce, anche se questo non aiuta a evitare fraintendimenti o sentenze che non chiudono né un’epoca né le polemiche, vedasi il caso Calciopoli. E in questo scenario di veleni e di incertezze, la presentazione dei calendari della serie A nello stesso giorno dei deferimenti al giudice sportivo appare veramente improvvida.

Insomma, in qualunque angolo si guardi di questo nostro martoriato Paese, non si trova un motivo di ottimismo che sia uno. Sarà anche che ogni settore della nostra società finisce per mutuare dalle altre abitudini, procedimenti, consuetudini. E mai che si tratti delle parti sane della società: la giustizia ordinaria pecca in certi casi di un ricorso eccessivo alle testimonianze piuttosto che alle prove documentali? Sorpresa, lo fa anche quella sportiva. La politica dimentica la sua funzione di amministratrice del bene del Paese in nome di un supposto esercizio del potere? Anche altri settori cancellano la propria definizione di pubblico servizio per farsi lottizzare, spartire, snaturare e via dicendo. Dobbiamo forse pensare che il calcio e lo sport possano essere esenti dai vizi della nostra società? Nonostante i tifosi, che come tanti sarebbero pronti a mangiarsi vivi un supermanager da mezzo milione di euro di stipendio all’anno, perdonino il calciatore che prende 20 volte di più e magari contestino il presidente che non lo compra o lo lascia andare via. E lo facciamo tutti, ovvio. Perché in curva, accanto al rettangolo di gioco, davanti alla televisione, lasciandoci andare al piacere tribale dell’appartenenza a un clan, e se fortunati benedetti anche da una esibizione di buon gioco, possiamo ritrovare l’entusiasmo fanciullesco e primordiale della sfera che rotola, dell’atleta che corre e tenta di superare i limiti. Anche se, lo sappiamo bene, molto di quello che vediamo è certamente diverso da quello che noi vorremmo che fosse. Come a dire che noi e loro viviamo sullo stesso pianeta, ma certo non siamo dello stesso mondo.

Anche di fronte alla vicenda Scommessopoli siamo nulla più che spettatori. Che dovrebbero avere fiducia nella giustizia, pure quando da tifosi siamo pronti a prendercela con l’arbitro perché considerato scarso, oppure non all’altezza, certe volte persino in malafede. Ecco, in questa situazione vogliamo ancora dare retta a quel fanciullino che vive in noi e pensare che gli arbitri possano essere all’altezza, per smascherare le simulazioni e convalidare i gol regolari. Il calcio torinese, per quello che abbiamo visto sul campo quest’anno, lo merita.

andrea.monticone@cronacaqui.it
twitter@AMonticone

 

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