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Il Borghese

Tav, a chi fa comodo la battaglia?

Dal fronte della Val di Susa oggi arrivano due notizie. Una buona e una cattiva. Quella buona: la marcia sul sentiero tra Giaglione e il cantiere di Chiomonte, organizzata per sabato pomeriggio dal movimento No Tav, sarà tranquilla. Né slogan, né attacchi contro le forze dell’ordine. Quella cattiva: le azioni di lotta in futuro saranno più dure, più frequenti. Insomma ci sarà battaglia, come – o peggio – di quelle del luglio scorso di cui stiamo rivivendo le gesta in un’aula di tribunale. A dirlo sono, quasi candidamente, alcuni dei portavoce del movimento. Quasi che l’annuncio di assalti e violenze contro polizia e carabinieri comandati a difendere i lavori della Torino-Lione fosse una cosa normale come la proiezione della prima di un film o l’appuntamento per una grigliata tra le fresche frasche.

C’è in questo atteggiamento un sottofondo inquietante, come  se a sfidarsi fossero due potenze contrapposte: lo Stato da una parte con le sue regole e i suoi diritti e una fazione che, accantonate le regole, si è autoconcessa una sorta di extraterritorialità dove è tutto concesso. Compresa la guerra, o guerriglia che dir si voglia, compresi gli attacchi manu militari ai presidi delle forze dell’ordine, i blocchi stradali, gli incendi, le minacce. Una situazione senza precedenti per la pervicacia degli attacchi, per la inconsueta composizione del fronte No Tav dove i gruppi anarchici e le pattuglie paramilitari hanno il comando delle operazioni in un silenzio-assenso di parte della popolazione locale, se non peggio. In questo clima assistiamo da troppi mesi ormai ad una partita a scacchi dove da una parte c’è l’attenzione massima a non favorire gli scontri e dall’altra si gioca a provocare di continuo, forse nella speranza di un passo falso o di un tragico incidente. Dove si voglia o si possa andare di questo passo, crediamo che nessuno lo sappia.

Da una parte c’è un bisogno estremo, in termini di forza lavoro e di sviluppo economico, che i cantieri del treno veloce diventino una realtà, dall’altra si gioca a rimpiattino per conquistare un metro dopo l’altro con un dispendio di forze e di denaro che non ha precedenti, in un contesto da guerra civile dove è ammesso tutto e il contrario di tutto. Compresa la certezza, ormai, di essere diventati una sorta di campo di addestramento paramilitare aperto ai violenti o ai mercenari di mezza Europa. Ieri ci siamo chiesti chi paga questi strenui difensori dell’ambiente che viaggiano con i caschi in testa e le molotov in mano, oggi viene da domandarsi a chi giovi questa guerra che sta progressivamente impoverendo una delle valli olimpiche consacrata al turismo internazionale. E il tragico è che, al posto di promuovere e finanziare i campeggi dei ragazzi e degli appassionati della montagna, siamo qui a discutere se sia giusto o meno sgombrare un altro tipo di campeggio, militare o peggio, da cui partono gli incursori della notte. Il valzer delle incertezze: tante parole, pochi fatti e qualche esposto. Come d’abitudine.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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