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De Tomaso: così è tramontato il progetto di Rossignolo

Inizia a ottobre 2009 l’epopea (mancata) del secondo costruttore automobilistico in Italia. Gian Mario Rossignolo raggiunge un accordo con la Regione per affittare lo stabilimento dismesso dalla Pininfarina a Grugliasco, annuncia un investimento di 120 milioni di euro e il lancio sul mercato di tre modelli: un crossover, una coupè e una limousine. L’intesa diventa operativa da gennaio 2010.

Rossignolo ha acquistato il marchio De Tomaso in liquidazione. Tutto sembra pronto. Ma nulla va come previsto.Passano otto mesi, Gian Mario Rossignolo comincia a defilarsi e sulla scena appare il primogenito, Gianluca, che diventa amministratore delegato della società: «Smonteremo tutto e predisporremo i nostri macchinari per assemblaggio e finizione. Il piano prevede l’entrata in produzione del primo modello subito dopo la presentazione al Salone di Ginevra di marzo».

La Deauville, il crossover firmato Pininfarina, debutta in Svizzera. Ma i ritardi cominciano a pesare. E a Ginevra spunta l’ipotesi di un socio indiano interessato a investire 100 milioni di euro nel progetto.Se ne parla per mesi. Gianluca Rossignolo annuncia di aver ricevuto 1.500 ordini per la Deaville. Ma il tempo passa e la situazione si complica. A febbraio 2011 l’azienda termina la liquidità e il caso esplode perché i lavoratori non ricevono più l’anticipo della cassa integrazione. Nel frattempo anche la formazione, per la quale l’Unione europea ha stanziato circa 20 milioni di euro, è in ritardo. L’intenzione dell’azienda è di partire con la produzione entro l’autunno, poi la data viene posticipata a gennaio 2012. La De Tomaso conferma i contatti con nuovi investitori pronti ad acquisire quote della società, ma mantiene il riserbo. Nasce anche la grana dell’affitto non pagato.A luglio 2011 il socio indiano sembra ancora in pole position. Gianluca Rossignolo annuncia che l’accordo sarà chiuso entro agosto. Cosa che non avviene. A settembre partono i corsi di formazione. C’è però qualcosa di stonato: i lavoratori riferiscono di postazioni ridotte all’osso e di poca formazione effettivamente svolta. All’inizio di settembre l’accordo sembra in dirittura d’arrivo: «Le trattative sono concluse e gli accordi in fase di stesura – assicura Rossignolo -. Entro il 10-15 ottobre presenteremo un investitore istituzionale indiano che metterà sul piatto 100 milioni».

I giorni passano fino a novembre: in un incontro con i sindacati, Rossignolo dice che le trattative sono saltate.A dicembre 2011 la De Tomaso annuncia di aver venduto la sua tecnologia a una società cinese. Alla fine di gennaio 2012 arriva l’ultimatum della Regione. Pochi giorni dopo spunta un “socio cinese”. Rossignolo dice che acquisterà l’80% della De Tomaso. Se ne parlerà per mesi, senza riscontri. Ad aprile il ministero dello Sviluppo informa la magistratura torinese su presunti documenti falsi presentati dalla società. È la fine. L’epilogo arriva negli ultimi giorni. La società non ha saldato i debiti con i creditori, che ne chiedono il fallimento. La vicenda si conclude così, dopo tre anni e quasi 20 milioni di fondi pubblici investiti.

Alessandro Barbiero

 

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