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Il Borghese

Una questione di tagli

Una delle parole che ricorrono maggiormente nei discorsi di questo governo dei Professori è “tagli”. Anche se ieri il premier Mario Monti ha precisato «non utilizzeremo l’accetta». In ballo c’è la spending review, ossia la rivisitazione della spesa pubblica, un intervento draconiano e necessario per recuperare qualcosa come quattro miliardi di euro, il minimo per scongiurare l’aumento di altri due punti percentuali dell’Iva in autunno, come le immaginabili conseguenze sui consumi.

Ma ovviamente anche questa misura porta con sé sacrifici, lacrime – non del ministro stavolta – e polemiche. Il piano prevede il taglio del 20 per cento dei dirigenti della pubblica amministrazione e il 10 per cento dei dipendenti. Cifre importanti, se pensiamo ai numeri di un sistema pachidermico come quello statale. I sindacati, come è ovvio, hanno già espresso qualcosa più di una perplessità, annunciando la mobilitazione di tutte le categorie e il ricorso allo sciopero generale. Insomma, siamo una situazione sempre più complessa: perché da un lato questo governo ritiene necessario ridurre il numero dei dipendenti, dall’altro con il “pasticcio” sugli esodati ne ha bloccati un bel po’, tanto che ora si sente parlare di una possibile deroga fino al 2013.

Ridurre e contenere le spese è giusto, ma – si chiede l’uomo della strada – esiste una via che non passi attraverso i sacrifici dei lavoratori? Il cittadino, si sa, legge queste dichiarazioni ma non vede diminuire i parlamentari troppo spesso assenti né le auto blu che continuano a sfrecciare lungo le strade delle nostre città. E si scontra ogni giorno con quella burocrazia cieca che rallenta, penalizza, e alla fine costa fior di quattrini. Questo è lo spreco maggiore, d’altra parte. E non lo scopriamo oggi. Burocrazia, inefficienze, fino alla corruzione: i mali dei grandi apparati sono noti. Così come è nota la propensione alla dispersione delle risorse, alla moltiplicazione degli incarichi e la sovrapposizione degli enti. Insomma, nulla di nuovo sotto il sole.

Poi è ovvio che questo esecutivo tecnico ha l’obbligo di risanare i conti, o almeno di provarci, in un lasso di tempo estremamente breve, avendo la scadenza naturale nel 2013. Alla fin fine ciò di cui ha bisogno questo Paese si condensa in una sola parola: riforme. Quelle strutturali e quelle “a costo zero” proposte da diversi economisti, per esempio. Ma si tratta anche della parola più difficile da declinare, in Italia, dove la nostra classe dirigente è affetta da gerontocrazia e bulimia di incarichi e poltrone. E contro molti di questi personaggi, il cui costo per l’economia reale è superiore a quella di molti impiegati statali – tra i quali sarebbe giunto il momento di distinguere tra chi lavora come si deve, e quindi premiarlo, e chi invece aspetta solo lo stipendio – non c’è spending review che tenga. La speranza ultima è che questa nottata di tagli passi e si finisca, prima o dopo, per declinare anche qualche altra parola: interventi per la crescita e la ripresa, per esempio.

andrea.monticone@cronacaqui.it

 

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