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Il Borghese

Cane non mangia cane

Per dirla in politichese «l’Aula del Senato ha accantonato l’articolo 1 del Ddl di riforma costituzionale sul taglio del numero dei deputati». Per tradurla in parole semplici, con il solito papocchio, i parlamentari salvano la poltrona e il capitolo del piano Salva Italia che li riguardava finisce nel cestino della carta straccia. Si farà, il taglio, si farà. Ma per adesso resta tutto come prima, magari con un’estensione lunga quanto la prossima legislatura. Complimenti a tutti.

Per la cronaca, la richiesta è venuta dalla Lega  che, con l’ok del Pdl, ha proposto di affrontare prima le modifiche del Senato e dunque anche gli emendamenti con cui il Carroccio chiede il Senato federale.

E il presidente Renato Schifani ha dovuto salvarsi in corner chiarendo che «si tratta di un accantonamento tecnico, non di merito». In realtà si è trattato di un blitz, bene organizzato, che rimette sul tappeto il Senato federale (che è uno dei temi forti della Lega) e soprattutto funziona come test di una nuova possibile alleanza con il Pdl. Di sicuro c’è solo il fatto che i nostri parlamentari non perdono occasione per scollarsi, come una vecchia suola, dalla società civile che li ha eletti. Questione, direbbe qualcuno, di buon gusto visti i conti salatissimi che ogni anno ci presenta la Casta, soprattutto in un momento in cui agli italiani vengono richiesti sacrifici pesanti, in un clima di grave incertezza. Penso, ma è un esempio, non solo agli esodati che si quintuplicano quando i conteggi passano dal ministero all’Inps, ma soprattutto all’allarme di un ex ministro come Sacconi, universalmente conosciuto come persona competente, che parla non già di 50 o 100mila lavoratori privati di stipendio e pensioni come sostiene la ministra con la lacrima facile, ma addirittura di 700 o 800mila operai e impiegati che potrebbero trovarsi letteralmente in braghe di tela, di qui a qualche anno. Detto per inciso che le grandi regole del gioco (come per esempio la riforma della Costituzione) si cambiano solo a larghissima maggioranza, l’esempio di ieri conferma soltanto i timori di sempre: la Casta si fa gli affari suoi e del paese reale si interessa solo quando si avvicina il momento dell’urna. Per il resto loro restano là, incollati alle poltrone, e a noi tocca tirare il carretto. Brutta cosa. Come brutta, per dirla tutta, è stata la rappresentazione sul caso del senatore  Luigi Lusi, ex tesoriere della Margherita, accusato di aver sottratto qualcosa come cinquanta milioni di euro e per il quale la magistratura ha chiesto l’arresto.

A giudicare se Lusi debba snobbare la giustizia oppure confrontarsi con essa come un qualunque cittadino italiano non sono stati i 315 senatori eletti, ma solo una parte: 169. Esattamente 155 favorevoli all’arresto, 13 contrari e 1 astenuto. Gli altri, in pratica tutto il Pdl a parte un paio, sono usciti dall’aula. Sempre in politichese la giustificazione è stata quella di «non dare alcuna sponda alla sinistra», in parole povere per il cittadino qualunque la ritirata potrebbe apparire come una mancata assunzione di responsabilità, anche se i maligni la potrebbero vedere come un favore restituito a chi in passato ha salvato un “collega” nelle stesse condizioni. Insomma si è ripetuta la storia di sempre, tra prima, seconda e (ipotetica) terza Repubblica. Gli eletti non timbrano la cartolina, neppure quella del buon gusto.

beppe.fossati@cronacaqui.it 

 

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