img_big
News

Torino, ha violentato la figlia per venticinque anni: l’orco torna in galera

 Gli abusi a luci rosse in casa Mongelli, alla Falchera, vanno definitivamente in archivio. La Corte Suprema di Cassazione ha infatti confermato la sentenza di condanna per violenza sessuale che i giudici della Corte d’assise di Torino avevano pronunciato il 23 maggio di un anno fa nei confronti di Michele, 66 anni, e del figlio Giuseppe, di 43: al primo erano stati inflitti 10 anni di reclusione, al secondo 9 anni di carcere. Capitolo chiuso. Ieri sera Michele Mongelli è tornato in carcere.

La notizia del rigetto dei ricorsi presentati dai due imputati è stata comunicata nella tarda mattinata di ieri ai loro legali di fiducia, gli avvocati difensori Antonio Genovese (per Michele) e Antonio e Sheila Foti (per Giuseppe). La Cassazione ha quindi inviato via fax l’esito dell’udienza alla Corte d’Appello del capoluogo piemontese. I giudici torinesi, a loro volta, hanno emesso un mandato di arresto nei confronti di Michele. Quest’ultimo, da qualche tempo ai domiciliari a causa delle sue critiche condizioni di salute, è così rientrato in carcere, dopo essere stato arrestato nel tardo pomeriggio di ieri. La sua detenzione potrebbe tuttavia non durare a lungo: l’uomo potrebbe infatti tornare di nuovo nella propria abitazione per poter godere delle cure mediche di cui ha bisogno.
Lo scandalo degli abusi sessuali alla Falchera era scoppiato nel mese di marzo del 2009, quando Laura (nome di fantasia), figlia di Michele e sorella di Giuseppe, aveva accusato i familiari di violenza sessuale nei propri confronti. Michele e Giuseppe erano finiti in galera, incastrati sia dalle dichiarazioni di Laura sia dalle intercettazioni telefoniche e ambientali disposte dalla procura. Giuseppe era stato a sua volta accusato di abusi sessuali verso le figlie.

Nelle motivazioni depositate subito dopo la condanna di secondo grado, i giudici della Corte d’appello di Torino avevano descritto il difficile e particolare contesto ambientale nel quale è nata e cresciuta Laura e avevano sottolineato le difficoltà della ragazza a opporsi alle richieste sessuali dei familiari, in particolar modo a quelle del padre Michele. Avevano infatti scritto i giudici che «le “penosissime condizioni di vita” che sarebbero state imposte alla persona offesa a nulla più sarebbero state volte che alla soddisfazione degli appetiti sessuali dell’imputato Michele Mongelli, nonché ad evitare che ella avesse contatti con persone alle quali avrebbe potuto raccontare gli abusi sofferti». «Il comportamento dell’imputato – aveva proseguito la Corte – era finalizzato a soddisfare i suoi appetiti sessuali (..) tali finalità vennero realizzate con restrizioni di libertà di movimento della persona offesa, la quale era sottoposta alla continua vigilanza del padre, tanto da non poterne uscire da sola da casa, essendo sempre accompagnata da uno dei due genitori».

Giovanni Falconieri

 

Condividi sui social:

Scopri inoltre...

banners
Precedente
Successivo
Precedente
Successivo