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Il Borghese

E’ calcio, non sociologia

Dal momento che Balotelli non regala follie ai tabloid che lo seguono, e considerando il fatto che discutere per più di due giorni sul motivo per cui il supertalento non sa esprimersi al meglio alla fine è stancante, ecco che a risollevare lo spirito di chi vorrebbe che nel calcio si parlasse di tutto, fuorché di calcio, arriva Antonio Cassano in conferenza stampa. E al Fantantonio vogliamo forse parlare solo di schemi, di chi gioca o non gioca, se va via dal Milan o meno? Ovviamente no, bisogna riportargli le sparate di chi, periodicamente, torna all’attacco dell’ultimo tabù, quello dell’omosessualità dei calciatori.

Ieri sui giornali apparivano le dichiarazioni di Alessandro Cecchi Paone che, per motivi che sinceramente ci sfuggono, si è sentito tenuto a precisare quanti omosessuali o bisessuali ci sono tra gli azzurri. E allora, nel caso importi qualcosa a qualcuno, chiediamo a Cassano che ne pensa. Ovvio che il talento di Bari Vecchia non ha risposto con la diplomazia che qualcuno immaginerebbe, né con una ricercata perifrasi o quello che ci si aspetterebbe. Apriti cielo.

Come vuole il copione, sui siti Web si rincorrono frizzi, lazzi, polemiche, shock (sì, c’è anche chi ha titolato “Cassano shock”) e tutto quello che può attenere all’argomento. Ma d’altra parte, il fantasista azzurro l’ha fatto capire che si trattava di una battuta: «Me la cavo così, altrimenti sai che attacchi…». Già perché i fucili sono sempre puntati sugli scivoloni dei pedatori milionari sui temi sociali o di attualità. E d’altra parte tanta frenesia, vuoi per le dichiarazioni di Cecchi Paone vuoi per quelle di Cassano, dimostra una volta di più l’ossessione a due volti per il mondo del pallone: quello del tabù da infrangere a tutti i costi, del segreto ultimo da portare a galla; e quello del mantenimento a oltranza dello statu quo. Perché tanta insistenza? Cosa cambierebbe se qualche calciatore svelasse la propria omosessualità, ammesso che gli affari suoi possano o debbano interessare la collettività e tutti i “guardoni intellettuali” di questo mondo? La realtà è che si vuole continuare a mantenere per il mondo del calcio quella sorta di scudo, di extraterritorialità per cui niente può o deve scandalizzarci: non viene considerato vergognoso che i campioni percepiscano milioni di euro, magari in cambio di prestazioni ridicole, mentre per i politici o i supermanager giustamente lo è, eppure entrambe le categorie vivono in un Paese che affonda in una crisi nera; si perdonano al calciatore ciò che non si perdonerebbe al vicino di casa; ai padroni del pallone sono consentiti comportamenti che, in qualunque azienda, farebbero scattare scioperi, interrogazioni parlamentari, mobilitazioni sindacali e via discorrendo.

Eppure, alla fine di tutto, su questo mondo che si vuole mantenere alieno ed estraneo alla vita vera, si riversano aspettative e significati che vanno al di là dei novanta minuti, della competizione. Come se la considerazione che questo Paese ha di se stesso non si fosse mai allontanata dall’incanto di un album di figurine. Che aiuta forse a vivere meglio e regala piacere e serenità, ma solo se ci si ricorda di cosa in effetti è: un album di figurine, nulla di più nulla di meno.

andrea.monticone@cronacaqui.it

 

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