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Torino: assassinato il cane nella villa in collina, processo alla cuoca

Per loro, quel cane, era come un figlio. Il figlio che avrebbero tanto desiderato, quel figlio che non era mai arrivato. Per quell’adorabile schnauzer nano di quasi 13 anni avrebbero fatto qualsiasi cosa, avrebbero dato anche la vita. E quando una sera, rientrando nella loro elegante villa in collina, trovarono l’animale agonizzante e ormai in coma, il colpo fu durissimo da sopportare. Il cane morì poco dopo, l’autopsia rivelò che era stato avvelenato. E loro, i proprietari dell’animale, senza esitazione alcuna accusarono dell’omicidio la cuoca. «È stata lei, ha ucciso il nostro Briciola».

La cuoca è finita a giudizio e ieri mattina, a Torino, era seduta sul banco degli imputati. Il pubblico ministero Anna Maria Loreto le contesta l’articolo 544 bis del codice penale: «Chiunque cagiona la morte di un animale, per crudeltà o senza necessità, è punito con la reclusione da tre a diciotto mesi». Possiede tutti gli elementi del giallo la vicenda che da ieri mattina viene affrontata in un’aula di tribunale, a Torino. C’è una splendida ed elegante villa in collina, una benestante coppia appartenente all’alta borghesia torinese, i maggiordomi filippini, una cuoca con ottime credenziali che per anni ha prestato servizio nella casa di un notissimo avvocato della città, un ex alto esponente dei Servizi segreti adesso in pensione, indagini degne di un film di 007 e principi del foro a sostenere le ragioni dei protagonisti.

E poi c’è lui, il cane assassinato, uno schnauzer nano stroncato da 20 pillole di Coumadin, un potente anti-coagulante che va preso in piccole dosi e sotto stretto controllo medico: un uomo adulto, tanto per fare un esempio, non può assumere più di una pastiglia al giorno. Nella ciotola del cibo della povera Briciola, mescolate con patate lesse e carne di vitello, di pasticche ce n’erano addirittura una ventina. Tante, troppe per uno schnauzer nano con 13 anni di vita alle spalle e quasi paralizzato per una grave forma di displasia dell’anca. Quando i proprietari dell’animale rientrarono in casa, l’animale era agonizzante nella sua cuccia, sul pavimento della camera da letto. Perdeva sangue dalla bocca, era quasi in coma. Morì poco dopo. Ma i proprietari del cane non si arresero, decisero che bisognava andare in fondo alla questione, ricercare a tutti i costi la verità, scoprire chi aveva ridotto in quello stato la povera Briciola. Chiesero al veterinario di recuperare lo stomaco e il fegato dell’animale e di sistemarli in una sacca termica, poi consegnarono gli organi agli esperti di un noto istituto specializzato in analisi chimiche e tossicologiche. E le analisi confermarono i sospetti della coppia: Briciola era stata avvelenata.

La coppia licenziò la cuoca, in tronco. E poi la denunciò per l’omicidio del cane. «È stata lei – spiegarono marito e moglie -, è la sua vendetta per un rimprovero subito qualche giorno prima. Le avevamo contestato alcune spese da noi ritenute eccessive». E poi c’era un altro aspetto importante, un altro elemento ritenuto fondamentale: le pastiglie con cui era stata avvelenata Briciola erano le stesse utilizzate dalla cuoca. Così, per lo meno, sostiene la coppia e questo sostiene anche il pubblico ministero (ma in aula, a rappresentare l’accusa, ci sarà il vice procuratore onorario Simone Vettoretti). I proprietari di Briciola si sono costituiti parte civile con gli avvocati Luigi Chiappero (lui) e Gianco Ferreri (lei), mentre la cuoca-imputata è assistita dall’avvocato Giovannandrea Anfora. Cuoca-imputata che verrà interrogata nel corso della prossima udienza, in programma il 21 giugno.

falconieri@cronacaqui.it

 

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