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Il Borghese

I malati di “mammismo” e i fossili

Dopo i “bamboccioni”, dopo gli “sfigati”, arrivano i «malati di mammismo». Stavolta il copyright è del ministro Elsa Fornero, che parlando all’università, di fronte a una platea di studenti che, per una volta, invece di contestarla hanno scelto di ascoltarla, ha messo in evidenza uno dei mali più drammatici del nostro Paese: il continuo avanzamento dell’età giovanile, l’incessante procrastinare il momento della maturità e non sempre per colpa dei diretti interessati. In sostanza, i giovani – o almeno, si confida, la maggior parte di loro – vorrebbero spiccare il volo, lasciare la casa dei genitori ben prima dei trent’anni, ma il nostro Paese non appare in grado di offrire le opportunità necessarie, nemmeno le condizioni mini­me.

Ma analizziamo per bene cosa ha detto il ministro: «In Europa si è giovani fino a 29 anni». Ossia, a parte noi, nel resto del con­tinente è più che normale che a 30 anni una persona abbia una propria famiglia, una propria dimensione, una certa qual stabi­lità. «Dobbiamo smetterla di considerare giovane chi giovane non è» è l’aggiunta. Se ragionassimo in termini astratti – aggiun­gendo però che neppure in Francia, in Ger­mania o in Scandinava sono tutte rose e viole – potremmo anche concordare. So­prattutto quando ci troviamo ad analizzare la cosiddetta generazione Neet che, para­frasando l’acronimo, rappresenta coloro che né studiano né lavorano, dunque ve­getano in un limbo in cui a molti è più facile sognare il successo illusorio e vuoto di un reality che impegnarsi.

Dalla platea, però, è arrivata una argomen­tazione che risponde meglio di tante altre alle intenzioni del ministro: un architetto precario di 37 anni, illustrando la sua si­tuazione, ha detto «siamo costretti a vivere ancora come giovani». Ossia a non recidere mai il cordone ombelicale con la famiglia, a non dare per scontato di essere padroni del proprio destino e via discorrendo. Spesso in balia non tanto del mercato – che per un giovane professionista potrebbe anche far parte del gioco -, bensì dei capricci di una classe dirigente gerontocratica, fossilizzata, incapace di guardare al di là della con­servazione dello status. Non dimentichia­mo, poi, come le ricerche economiche ci confermino che, in questo Paese, l’unica forma di “ricchezza” su cui si riesce a con­tare è quella frutto della parsimonia dei padri e dei nonni, i cui risparmi servono per far fronte alle contingenze del presente.

Allora, per evitare che il “mammismo” di ­venti l’ennesimo infelice slogan, proviamo a offrire a questi giovani una realtà che non sia riduttiva, che non li costringa in un limbo di un’età che non è quella adulta. E per farlo bisogna passare da alcuni punti fermi: for­mazione adeguata, sistema universitario all’altezza – via le baronie, via coloro che, presumendo di difendere l’unico sapere “autentico” paiono vantarsi di non cono­scere Facebook o di non saper accendere un computer, spazio ai ricercatori, quelli veri ­, infrastrutture che possano supportare la creatività e il desiderio di innovazione, di fare impresa, di affacciarsi su un domani senza nubi minacciose. E senza etichette.
andrea.monticone@cronacaqui.it

 

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