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Il Borghese

Vecchi e ingordi

Sono vecchi, sazi di potere e di quattrini, incollati alla poltrona. Sarà anche impietosa, ma la fotografia degli uomini che guidano il nostro Paese (una volta si chiamava “classe dirigente”) ci rimanda a capelli bianchi e fisici un po’ appesantiti, seppure racchiusi (i corpi…) in gessati di taglio sartoriale e doppiopetti che sfilano e vanno bene in ogni occasione. Certo si tratta di persone di provata espe­rienza, con poderose carriere alle spalle, ma viene da chiedersi dove saranno costoro quando la cura “Salva Italia”, corredata da eventuali omogeneizzati per la crescita, co­mincerà a dare i risultati. Ma è ovvio, ci viene da dire: saranno in pensione. Perché almeno loro, i big della classe dirigente italiana (lasciatemeli chiamare così), la pensione la prenderanno e sicuramente senza tagli e senza ritardi. Per venire ai fatti, due notizie. La prima riguarda l’età media di chi siede nei posti chiave del potere, la seconda lo spazio (che non c’è) riservato ai giovani o quantomeno ai qua­rantenni in un confronto con il resto dei paesi europei.

 Cominciamo con la prima: l’età media dei dirigenti impegnati nell’economia e nella pubblica amministrazione è di 59 anni (con punte di 67 anni per banchieri e vescovi) seguiti dai ministri del governo Monti (media 64 anni), dai professori universitari (media 63 anni) e dai dirigenti delle partecipate statali (media 61 anni). Nell’indagine realizzata dalla Coldiretti, in collaborazione con l’università della Ca­labria, balza immediatamente all’occhio il fatto che c’è un abisso (di età) per esempio tra chi sta governando l’Italia e il resto del continente. Mentre il premier Mario Monti ha 69 anni e i ministri più giovani, Renato Balduzzi e Filippo Patroni Griffi, ne hanno già compiuti 57, in Gran Bretagna David Cameron è diventato primo ministro a 43 anni, Tony Blair a 44, John Major a 47 e Gordon Brown a solo poco più di 50. Insomma, l’Italia sembra la sola che non riesce mai a “svecchiarsi”. Di certo, non è un Paese per giovani, al di là delle enunciazioni di principio. Per fortuna, almeno a livello di manager delle aziende private, qualche ec­cezione esiste, tanto che l’età media si abbassa a 53 anni, con un record per chi siede alla guida delle società quotate in Borsa. Ma quello che colpisce di più, se si va a spulciare tra i Palazzi romani, è l’età media dei senatori e deputati. Con un picco assoluto per i ministri dell’ese ­cutivo. Nelle ultime tre legislature, tanto per essere chiari, sono stati eletti soltanto un paio di under 30 su circa 2.500 deputati, anche se il peso dei 25-29enni è pari a circa il 28% della popolazione eleggibile. Attualmente poi, solo un deputato su 630 ha meno di 30 anni e appena 47 sono quelli under 40. Gli over 60 anni sono invece 157. E va ancora peggio quando i ricercatori vanno a spulciare tra le carte d’identità dei grandi burocrati. L’età me­dia dei direttori generali della pubblica am­ministrazione è di 58 anni, mentre quelli delle aziende partecipate statali (dove di solito si arriva dopo lunghe o travagliate carriere po­litiche) è addirittura di 61. Altro che svec­chiamento della burocrazia, e sforzo unanime sull’utilizzo delle nuove tecnologie. Ciliegina sulla torta? Il mondo universitario. I cosiddetti formatori hanno in media 63 anni. Più o meno 15 o vent’anni in più rispetto ai loro omologhi francesi, tedeschi e spagnoli. Vi colpirebbe scoprire che sono solo tre su 16mila i professori ordinari con meno di 35 anni e appena 78 quelli che non hanno ancora compiuto i qua­ranta? Forse sì. Ma allora non stupiamoci se anche le idee con le quali si vuole affrontare la crisi sono vecchie, oltre che poche.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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