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Il Borghese

Un antivirus per la politica

Occorre fare molta attenzione quando si parla di “antipolitica”. Per quanto certi analisti e molti amanti della demagogia si affrettino costantemente a celebrare i funerali della politica intesa come espressione dei partiti, a elogiare le spinte al cambiamento che giungono dal basso, dal popolo, occorre non dimenticare quale davvero è il significato della politica. Riandiamo al senso della “polis”, alla partecipazione dei cittadini, di tutti i cittadini, al funzionamento della macchina pubblica. Riflessione quanto mai doverosa in questi tempi in cui la crisi di un certo sistema partitico ci ha messi nelle mani dei Professori, in cui ogni inchiesta giudiziaria, ogni rivelazione di ruberie o malaffare aumenta la sfiducia dei cittadini nei propri governanti, in coloro che manovrano nella stanza dei bottoni.

Capita, allora, che si rivaluti un discorso di partecipazione spontanea dal basso, ma non è con il “sistema dei No” che si può mandare avanti un Paese. “Rottamare i partiti”, “processare i partiti”, identificarli come metastasi come fa per esempio Beppe Grillo può valere come slogan elettorale, buono per intercettare quel malcontento, quella delusione, quell’ampia fetta di voto disperso che, ormai, non può neppure più essere definito “di protesta”. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è intervenuto in questo scenario: «Guai a fare di tutte le erbe un fascio, a demonizzare i partiti, a rifiutare la politica», ammonendo inoltre che i partiti «non sono il regno del male, del calcolo particolaristico e della corruzione».

Certo, lo scenario quotidiano non aiuta ad avere fiducia. Ma i partiti, intesi come elementi funzionali all’apparato pubblico, non hanno vere e proprie alternative, purché si basino su programmi e idee. Anche i movimenti maggiormente radicati, privi di programmi o di strutture adeguate, difficilmente possono andare oltre la dimensione locale o la cavalcata dello scontento. Si può fare pulizia, ovvio. Si deve fare pulizia. Occorrono regole certe, occorrono tagli drastici ai finanziamenti pubblici, servono probabilmente anche persone nuove, con la preparazione necessaria a guidare un Paese, che si sia al governo o all’opposizione. Ma poiché nulla si improvvisa, l’organizzazione partitica, la propaganda delle sezioni – dove esistano ancora, sempre che esistano ancora sul territorio -, la formazione dei giovani e la loro trasformazione in quadri e dirigenti rimangono ancora lo strumento migliore perché il cittadino possa incontrare, o riconoscere, l’espressione politica maggiormente vicina al proprio modo di sentire, ai propri ideali.

Occorre resettare il sistema, come accade a un computer quando viene infettato da un virus: non per questo si butta via un computer o si decide di tornare ai calcoli a mano. Si usa un antivirus e si installa un programma nuovo. Certo, è più difficile che buttare via tutto. Ma la politica, intesa ancora come “cosa di tutti”, esige anche di affrontare le difficoltà di questo genere. La vera “antipolitica” è quella di rifiutare di prendere parte all’intero processo: dal voto, alla partecipazione, alla condivisione di un percorso, all’espressione del proprio sentire. Purché si badi più ai programmi che agli slogan; alle risorse da mettere in campo più che ai rimborsi da chiedere; alle criticità del Paese reale più che ai capricci dei propri alleati.

andrea.monticone@cronacaqui.it

 

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