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Spettacolo

Concato: «Quando non ne potevo più di cantare Domenica bestiale»

 Fabio Concato: stasera l’anteprima nazionale del tour “Tutto qua 2012” nella sua città. «Voglio subito anticipare che non sarà una presentazione del mio nuovo disco. Sì, ci saranno 4 o 5 brani inediti, ma poi spazio ai vecchi cavalli di bat­taglia. Un paio d’ore dedicate soprattutto alla musica, perché non è da me fare “lazzetti”».
Cosa vuol dire per lei salire sul palco?
«Il live ci salva la vita: io quan­do canto mi sento autentico. Sono gli unici minuti in cui mi sento davvero me stesso, vero. E quando finisco di cantare è come se indossassi una ma­scherina ».
E risentirsi cantando i suoi storici successi?
«Spesso racconto questo aned­doto. C’è stato un periodo in cui non ne potevo più di canta­re “Domenica bestiale”. Poi però è sufficiente aggiungergli un colore per innamorarsene di nuovo e capire che è ancora un brano attuale, bello. A volte solo cambiando il vestito alle canzoni, l’arrangiamento, di­ventano nuove. O quasi».
Ci saranno ospiti o sorprese?
«Avevo domandato a due ami­ci di venire a suonare con me, ma non sono in Italia. Allora spazio solo al quartetto, con cui lavoro da 4 anni: Larry Tomassini (chitarre), Stefano Casali (basso), Gabriele Palaz­zi Rossi (batteria) e Ornella D’Urbano (piano e tastiere), che ha curato anche gli arran­giamenti del nuovo album. Poi, per quel poco che ricordo, suonerò anche io la chitarra. Insomma, uno spettacolo snello ed essenziale».
Erano undici anni che non usciva con un disco che in­cludesse interamente can­zoni nuove. Come ha vissu­to questo periodo e cosa l’ha fatta tornare?
«In realtà non ho mai abbando­nato la musica. Come dico sempre, ho lavorato più in que­sti 11 anni che nei 20 prece­denti. Ho lavorato su me stes­so, mi sono fatto dare una ma­no da una persona, sono stato molto con la mia famiglia e ho dato concerti, anche se pochi lo sanno. Poi qualcuno è anda­to a ristuzzicare cose arruggini­te e in 25 giorni, durante il giugno scorso, ho scritto e scritto e non mi fermavo più».
Lei dice che questo suo nuo­vo lavoro è un ritorno ricco, nei contenuti e nelle idee.
«Sì, è un disco di sentimenti e d’amore. “Ecco qua” da brano è diventato titolo del progetto intero. Traduco: è un tentativo di mettersi nei panni degli al­tri, emarginati, poveri, disere­dati, prigionieri, ammalati, an­ziani. Un tentativo di rimettere i bisogni dell’uomo nell’uomo. Perché oggi non siamo alla frutta, ma al digestivo».
Cosa pensa della radio di oggi? Mango ha detto che la loro funzione musicale non esiste più.
«E ha toccato un punto impor­tantissimo e vero. Abbiamo la sensazione di trovarci davanti a muro di gomma. Le radio dovrebbero essere nostre al­leate, invece c’è qualcuno che non ti passa senza dire perché: sono forse vecchio, passato? Basta dirlo. Ma noi abbiamo bisogno delle radio».
Dopo le date di Milano e Palermo, cosa l’aspetta?
«Stanno arrivando tantissime richieste di concerti, quindi metteremo in fila le date e partiremo ancora. Infine, in autunno, spero di ripartire in teatro come quando ero “pic­colo”. Quando ancora non co­noscevo le piazze».

 

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