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Il Borghese

Un calcio ad Ali Baba e ai suoi ladroni

A rileggere certe cronache di un passato anche recente, noi giornalisti ci facciamo la figura dei fessi. Abbiamo riempito pagine di indignati resoconti sulle auto blu, sulle missioni all’estero (leggi viaggi esotici) di parlamentari e consiglieri regionali e comunali, sui pranzi di lavoro che in effetti erano allegre tavolate all’osteria. E poi di seguito puntigliosi conti in tasca a chi sfruttava ferrovie e compagnie aeree. Ma da orbi totali abbiamo dimenticato di dare un’occhiata ai bilanci dei partiti e dei movimenti anche se certe notiziole, compresa quella di una certo appartamentino a Montecarlo, avrebbero dovuto metterci sull’avviso del tesoretto gelosamente racchiuso nelle casseforti dei nostri garanti della democrazia. Oltre duecento milioni di euro. Rimborsi, li chiamano, peccato che il termine sia quanto meno di fantasia, visto che non ci sono, ante, gli esborsi che giustifichino l’erogazione dei fondi. Un tot per ogni voto infilato puntigliosamente nelle urne dagli elettori.

Più voti, uguale più soldi. Anche per chi non c’è più ed è passato a miglior vita, politicamente parlando, come la Margherita (19 milioni di euro in cassa), Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e via discorrendo. Un fiume di denaro su cui non c’era neppure l’obbligo di giustificare le uscite di cassa. Come se quei finanziamenti a pioggia fossero una sorta di bancomat a disposizione di tesorieri, segretarie, portaborse e autisti, come dovrebbe certificare anche quello strano video che inquadra Bossi Jr, detto il Trota, mentre incassa una manciata di euro “a saldo” di qualche scontrino raccogliticcio. E qui, passateci la malignità, viene da pensare che se la Lega aveva il suo pesce, c’è il rischio concreto che nelle acque torbide degli altri partiti nuotino esseri simili.

Come dire un Trota lo hanno pescato e sugli altri, chi indaga? Basta pensare all’uso assai più ponderoso dei fondi della Margherita da parte del senatore Lusi per capire che la Lega non è un caso limite. Ma semmai la normalità in un mondo che viaggia con regole da feudatari, se non da predoni da strada. Il che ci porta alla considerazione che questa stagione da qualcuno definita di “seconda repubblica” sia giunta al capolinea in un clima di tracotanza intollerabile ai più, ingenui giornalisti compresi che della Casta hanno detto di tutto, senza capire che la logica vera a cui si è ispirata per anni era la fiaba di Ali Baba e dei 40 ladroni, in libera traduzione da “Le Mille una Notte”. Una situazione in cui, a ben vedere, dalla Lega beccata con lo scontrino in mano, viene una lezione non condivisa dai più: quella di dare le dimissioni. Dimissionario il padre dalla segreteria del partito, dimissionario il figlio dal consiglio regionale. E Lusi che buttato fuori dalla Margherita siede nel gruppo Misto del Senato? E Penati che cacciato dal Pd siede comunque nel consiglio regionale della Lombardia? E gli altri piccoli e grandi grassatori sbertucciati dalle inchieste su e giù per lo Stivale? Ai segretari della triade (Alfano, Bersani e Casini) impegnati a cercare un correttivo alla vergogna dei rimborsi consiglieremmo un repulisti preventivo in casa loro. Fuori i disonesti e i presunti tali. E fuori i soldi intascati senza giustificativo. Che diamine, prima di pontificare, abbiano la gentilezza di fare anche loro un bel gesto verso il povero popolo bue.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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