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Il reportage

Torino: nell’inferno del campo rom tra topi, rifiuti, sale biliardo e bar abusivi (foto e video)

Il campo nomadi di lungo Stura Lazio è una città nella città. Un inferno per chi ci vive. Ma anche per chi abita o lavora lì vicino. Le uniche a sorridere sono le bambine, che la mattina fanno da mamme ai fratellini appena nati. Li portano a spasso in passeggino sulla via principale, fatta di terra e pietre, facendo lo slalom tra i cadaveri dei topi. Le mamme, quando il sole si alza, stendono i panni. I padri dormono ancora, sfilacciano i cavi di rame o chiacchierano, bevendo una birra dietro l’altra. Le bimbe che giocano con bambole in carne ed ossa non vanno a scuola. E neppure i maschietti, che quando non escono per cercare ferraglie o battere moneta ai semafori passano il tempo giocando a biliardo nei bar dentro il campo. Per ora, gli zingari ne hanno aperti tre. Uno più piccolo dentro una baracca con sala per le feste e televisore, uno con gazebo e carambole, l’altro con dehor per le danze.

Rivendono – senza scontrino – birre, Coca Cola e superalcolici. Ma anche acqua potabile, visto che nel campo non c’è neppure una fontana. Le condizioni igieniche sono disperate. Le toelette, una tazza dentro un gabbiotto di legno senza porte, scaricano direttamente nel fiume. L’immondizia si confonde con i giocattoli, diventa parte integrante della città, che continua ad ingrandirsi, ad accogliere persone nuove e ad inglobare problemi. Non tutti, naturalmente, delinquono. Anzi, in molti campano raccogliendo ferri vecchi che poi vengono ripuliti e rivenduti. Ma i criminali ci sono, e il rischio di “contagio” della parte sana di un campo in cui un uomo venne bruciato vivo perché si rifiutava di andare a rubare resta altissimo.

Alcuni pregiudicati, pare che in questi giorni siano cinque o sei, hanno addirittura ottenuto i domiciliari. E i magistrati, per spedire loro pratiche e convocazioni, fanno riferimento al numero delle baracche, tracciate con una bomboletta spray di colore rosso. I numeri dei residenti, invece, sono incerti. Ma alcune stime parlano di duemila persone. Tra loro, anche due italiani che hanno deciso di abbandonare la vita dall’altra parte del fiume per trasferirsi qui, in quel girone infernale che monsignor Nosiglia definì «da quarto mondo». «L’ho fatto per amore – spiega uno dei due – e sono stato accolto benissimo. In fondo stiamo bene, ma se ci dessero qualche pala per raccogliere l’immondizia e qualche cassone industriale per buttarla staremmo meglio».

Stefano Tamagnonetamagnone@cronacaqui.it 

 

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