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Spettacolo

Pietro Sermonti: «Io e Nero Wolfe, che coppia»

Sogna di debuttare alla regia. Intanto, dopo “Un medico in famiglia” e “Boris”, l’istrio­nico Pietro Sermonti torna in tele­visione nei panni di Archie Good­win, fido assistente dell’investiga­tore americano Nero Wolfe (inter­pretato da Francesco Pannofino) nell’omonima fiction realizzata da Casanova Multimedia, in onda da stasera su Raiuno in prima serata per otto settimane il giovedì. Nel cast, diretto da Riccar­do Donna, ci sono anche Andy Luot­to, Giulia Bevilac­qua, Marcello Mazzarella, Mi­chele La Ginestra e Davide Paganini.
Perché vale la pena guardare “Nero Wolfe”?
«Perché è un progetto coraggioso: è una serie dal sapore vintage, svi­luppata in otto storie autonome avvincenti e dall’umorismo un po’ anglosassone. Siamo abituati alle indagini di “Csi”, realizzate con strumenti sofisticati e tecnologici. In “Nero Wolfe”, invece, emerge la dimensione umana e i casi sono risolti col cuore e con la mente».
Ci anticipa la trama del primo episodio, “La traccia del serpen­te”?
«Appena sbarcato a Roma, Nero Wolfe viene contattato dalla sua prima cliente: una donna che vuo­le rintracciare un pensionante dell’albergo in cui lavora, sparito da giorni. Un giornale con il titolo ritagliato e un meccanismo a molla bastano a Wolfe per capire che l’uomo sparito è coinvolto nell’omicidio del professor Co­lombo, ritenuto morto di infarto. Con la collaborazione del factotum Spartaco Lanzetta e della giornali­sta Rosa Petrini, che pubblica la notizia sul giornale, Wolfe fa pres­sioni sulla polizia, alla fine costret­ta a riaprire le indagini. Nel frat­tempo anche il pensionante, che aveva costruito su commissione la mazza killer, viene ritrovato cada­vere. I sospetti si concentrano sulla moglie di Colombo, che da poco gli aveva regalato il set di mazze tra cui si presume ci fosse l'”arma del d e li t t o”. In realtà il serpente è un’altra persona…».
Come si è sentito nei panni dell’assistente Archi Goodwin?
«Benissimo: è stato entusiasman­te. Innanzitutto, mi è piaciuto reci­tare in una fiction in costume e immergermi nell’atmosfera della Roma del 1959, tra macchine, abiti e telefoni d’epoca. Secondo, Archi è un personaggio divertente da in­terpretare: profondamente vane­sio, ama le donne ed è stregato dalla genialità di Nero Wolfe. Terzo, sono molto legato a Francesco Pannofi­no, che conosco dai tempi di “Boris”: è stata la sua presen­za, oltre alla qualità del copione, a con­vincermi ad accetta­re la proposta, nono­stante non avessi in­tenzione di dedicar­mi ancora a lunghe serialità».
Uno sguardo al futuro: cosa l’at­ tende?
«Dopo lo spettacolo teatrale “4 5 6” di Mattia Torre, autore di “Boris”, oggi produco documentari di gio­vani video maker di talento, che mi hanno colpito per la capacità di raccontare la realtà e le storie uma­ne nella loro pienezza. Inoltre, sto lavorando a un progetto teatrale con alcuni amici in cui debutterò come regista».

 

 

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