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Il Borghese

Il rifiuto di una storia scomoda

Giovanni Berardi è un uomo robusto, con una faccia forte. Era bambino quando le brigate rosse gli hanno ammazzato il padre, Rosario, alla fermata del tram. Erano gli anni in cui “i servitori dello Stato” si giocavano la vita se avevano la sventura di attraversare anche solo un lembo di strada percorsa da quei criminali senza Dio. Un dolore, il suo, che non si è placato mai. E ancora ieri, mentre si consumava l’asta misteriosa sui volantini brigatisti raccolti da chissà quale mano misteriosa e trasformati in modesto mercimonio (17mila euro) Giovanni ha dovuto voltare la testa di fronte ai cronisti per respingere le lacrime e i singhiozzi. I suoi occhi si erano appena posati su quel foglio macilento in cui le bierre avevano scritto “è terminato il processo ad Aldo Moro”. Poi il dolore è mutato in rabbia. Per quello Stato che non c’era ieri, e che spesso è mancato, al di là dei proclami e delle esternazioni.

Dov’era il Ministero degli Interni, dov’era la Presidenza del Consiglio e poi giù, giù fino al sindaco di Milano dove si è consumata l’asta di Bolaffi? E ancora, qualcuno terrà in conto gli esposti del sindacato di polizia e dello stesso Berardi che è presidente dell’Associazione nazionale delle Vittime del Terrorismo che chiedevano di capire, di sondare, di accertare come questi documenti siano stati raccolti, catalogati (molti recano ancora i fori ordinati di un classificatore per documenti) e poi messi su un mercato che è solito mercificare quadri, gioielli, argenti e monili? Resterà il dubbio, in tanta assenza e in questo rumorosissimo silenzio, che si tema ancora – e troppo – il lessico brigatista e, forse, l’argomentazione eversiva che qualcuno suggeriva e poi metteva nero su bianco, con il ciclostile. Quei volantini che raccontano la prigionia e la morte di Aldo Moro, ma anche i tanti agguati mortali perpetrati contro poliziotti, carabinieri, magistrati, guardie penitenziarie, sindacalisti, dirigenti d’azienda, capi officina, sono un patrimonio storico importante e raccontano un capitolo della nostra vita recente e purtroppo non del tutto sopita.

Dunque, senza nulla togliere all’impegno bibliografico di Marcello Dell’Utri che nella sua biblioteca privata forse ha la più importante collezione di documenti dal sessantotto ad oggi, queste carte meritavano di entrare a far parte di un archivio istituzionale. E il fatto che ciò non sia accaduto, in una indifferenza generale, in qualche modo genera sospetti. Diciassettemila euro non sono nulla, per chi li ha. Meno di niente rispetto a ciò che le aste Bolaffi (che peraltro ha annunciato di devolvere in beneficenza la propria provvigione) battono con puntuale efficienza. A Berardi sono mancati, e non se ne darà pace. Agli altri, evidentemente, va bene così. Ad un cronista attento, senza emettere giudizi, premerebbe capire come una mano anonima se li sia procurati e, negli anni, abbia avuto tutto il tempo di catalogarli, leggerli e studiarli, prima di cacciarli lì, sul tavolo di un’asta. Li hanno trovati, spiegano, in una casa del popolo abbandonata, tra tanta cartaccia. Bene, diano l’indirizzo, qualcuno vorrebbe saperne di più.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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