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Lavoro – riflessioni

• L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori italiano implementa la cosiddetta tutela reale disciplinando il caso di licenziamento illegittimo (perché effettuato senza comunicazione dei motivi, perché ingiustificato o perché discriminatorio) di un singolo lavoratore: nelle unità produttive con più di 15 dipendenti (5 dipendenti, se agricole); nelle unità produttive con meno di 15 dipendenti (5 se agricole) se l’azienda occupa nello stesso comune più di 15 dipendenti (5 se agricole); nelle aziende con più di 60 dipendenti.
• Le rivisitazione del articola 18 o il tentativo del suo superamento sta oggettivamente passando verso situazioni ipotizzate da valutare con forte senso di responsabilità per gli impatti sociali.
• Da una parte si è allungata la vita lavorativa chiedendo il sacrificio a tutti di lavorare di più e dall’altra si intravede contemporaneamente l’ipotesi di rendere più agevoli i licenziamenti.
• Nelle diverse ipotesi si è sentito dire di escludere gli statali e di considerare le nuove norme solo per i privati. Il primo imprenditore è lo Stato che spesso nella sua macchina ha la quota di inefficienze più elevate.
• Si poteva e si può fare una buona riforma del lavoro senza ritornare su una lotta all’articolo 18 che anche in passato non ha portato a nulla.
• L’anomalia italiana è che quando chi meritava il licenziamento (veri fannulloni o truffatori, dipendenti infedeli, casi inequivocabili) il giudice spesso a reintegrato sul posto di lavoro anche queste persone. Sarebbe bastato e basterebbe applicare laddove opportuno la legge e non penalizzare tutti i lavoratori accentuando la caratteristica di “merce” e non di “capitale umano”.
• Con la scusa della crisi molte aziende potrebbero cogliere l’occasione per ridurre gli organici creando nuovi problemi sociali: lavoratori con un reddito che pagano tasse e contributi trasformati in richiedenti ammortizzatori sociali che bussano alla porta dello Stato.
• Le aziende davvero in crisi già oggi determinano il calo occupazionale senza l’eliminazione dell’art. 18.
• Il Governo dovrebbe promuovere lo sviluppo aumentando complessivamente i posti di lavoro affinchè anche i giovani abbiano le meritate opportunità.
• Occorre costruire; se si distrugge qualcosa, bisogna aver ben chiaro cosa si propone ed essere certi che il cambiamento determina effetti positivi, altrimenti non si cambia per cambiare.
• Lo Stato deve razionalizzare i costi e utilizzare meglio il proprio personale; i privati sanno fare il loro mestiere e laddove hanno capitale umano valido e professionale lo apprezzano anche se non sempre lo gratificano adeguatamente.
• In un Paese come l’Italia che abbiamo gli stipendi più bassi rispetto molti altri Paesi Europei, in un Paese a cui è stato chiesto sacrifici aggiuntivi per avere il diritto alla pensione con scostamenti di anni rispetto al quadro precedente, creare disoccupazione ulteriore non può essere certo motore di sviluppo.
• Lo Stato deve far emergere il lavoro in nero, mettendo in regola i lavoratori; per i giovani i contratti a tempo determinato non dovrebbero durare all’infinito con rinnovi fittizi (occorre prevedere penalizzazioni, per favorire il lavoro a tempo indeterminato)
• Un patto tra generazioni equo, responsabile è possibile se non ci sono eccessi di egoismo e volontà di far prevalere posizioni in modo pregiudiziale ed incondizionato. Nel mercato c’è già tanta flessibilità, occorre stare al passo con i tempi, prendere coscienza dello scenario inedito in cui ci troviamo ma proprio per questo le risposte devono essere davvero responsabili.

 

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