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Il Borghese

Torino si sveglia incredula

Non eravamo più abituati a questo genere di agguati che sanno di terrorismo, di vendette, di mala politica. Insomma di tutto quello che avremmo voluto dimenticare dopo gli anni bui dell’eversione. E che rifiutiamo, anche solo nel pensiero, nonostante il momento delicato che stiamo vivendo, in bilico tra crisi e tensioni sempre più evidenti. Per questo siamo increduli e sbigottiti di fronte al progetto di morte architettato contro l’avvocato Alberto Musy, candidato sindaco di Torino per il Terzo Polo, consigliere comunale Udc e docente di diritto all’università.

Qualcosa di inedito anche in questa città che non è certo abitata da angioletti, che paga ogni giorno violenze di ogni tipo, specie ai danni di persone deboli o anziane. Qualcosa che sembra preso a prestito dai bassi di Napoli, o dai libri di Saviano, con il killer che avanza sicuro avvolto in un lungo impermeabile, con un casco integrale calcato sulla testa e un pacchetto in mano. Per fingersi un commesso o un fattorino e ottenere il più pericoloso dei consensi: quello di entrare nella casa della vittima. E anche l’esecuzione, segue lo stesso stile. L’uomo aspetta l’avvocato nel cortile, forse sa che sta arrivando grazie ad un complice che è alle sue calcagna, e quando lo vede, spara. Sei colpi, per uccidere.

 Ma Alberto Musy non sta lì fermo, cerca la fuga, è agile. Così i colpi lo prendono alle braccia e al torace. La fuga gli salva la vita, il killer scappa a piedi, ce lo dicono le telecamere dei dintorni. E resta una domanda grossa come una casa, attorno a questo agguato che per ora non ha rivendicazioni e non ha neppure un movente: chi voleva morto Alberto Musy? E per quale motivo è stato architettato un piano criminale che forse si avvale di più persone: dal mandante al sicario, passando per i complici incaricati della copertura? L’esperienza insegna a non tirare facili conclusioni, e il buon senso induce ad escludere per il momento forme di terrorismo urbano capaci di un salto di qualità così forte e violento.

Ma Alberto Musy è un avvocato di successo, specializzato in diritto del lavoro e delle imprese, è un docente universitario con importanti esperienze all’estero. Infine discende da una famiglia alto borghese che lo ha sostenuto quando, da liberale convinto, ha scelto di rappresentare il terzo Polo nella sfida a Fassino per il governo della città. Dunque è in questi ambiti, la professione e la politica, che adesso si scava per capire che cosa abbia armato la mano del killer. Un piano studiato nei minimi dettagli che presuppone una lunga preparazione e, forse, complici e basisti. Scivolando tra le braccia della moglie accorsa a soccorrerlo Alberto Musy avrebbe detto «mi hanno seguito…» e poi forse altro ancora mentre le forze gli fuggivano via e l’ambulanza correva verso l’ospedale. Dunque siamo da capo a romperci la testa per capire.

E non possiamo evitare di pensare ad altri bersagli illustri di agguati criminali. dai simboli del lavoro come Marco Biagi e Massimo D’Antona, all’avvocato Giorgio Ambrosoli, fatto tacere a pistolettate mentre stava liquidando il fallimento della Banca Privata Italiana. Similitudine non peregrina con l’avvocato Musy: anche lui si occupa di cause di lavoro e anche di situazioni fallimentari. Ma il pensiero spesso non ha collegamento alcuno con la realtà. Dunque attorno a questo atto criminale, cresce il mistero mentre la città e la politica si interrogano e si confrontano. Unica piccola luce, in tanto buio, la notizia che il paziente ha superato un lungo intervento chirurgico e non è più in pericolo di vita.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

 

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