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Venezia, applausi e fischi per “La solitudine dei numeri primi”

Corpi sfigurati da cica­trici e malformazioni. Dolori e tristezza, sen­timenti. E soprattutto quella “Solitudine dei numeri pri­mi” che tanto successo ha avuto tra i lettori grazie alla penna di Paolo Giordano, e che Saverio Costanzo ha vo­luto portare sul grande schermo guadagnandosi un posto al concorso di Venezia, applausi, ma anche qualche fischio, soprattutto da parte della critica che ieri mattina è stata poco generosa con lui. Il film uscirà da oggi in 380 copie distribuito da Medusa. «Ma cosa vi aspettavate – ha commentato il regista ai gior­nalisti -, il ” Ga tt o pa rd o”? Non ho fatto altro in questi giorni che leggere della tre­pida attesa per questo film, bisogna stare attenti agli ag­gettivi. Non mi era mai suc­cesso che il mio ferramenta mi chiedesse come mai non ero già a Venezia». Ma se la mattinata è andata un po’ di traverso per via di quelle cri­tiche, la serata si è trasforma­ta poi in un evento mandano. Alla proiezione dell’ultimo film italiano in concorso, in­fatti, hanno preso parte il presidente della giuria Quentin Tarantino e Piersil­vio Berlusconi vicepresi­dente Mediaset, seguiti dal cast Alba Rohrwacher, Luca Marinelli, Filippo Timi, Isa­bella Rossellini, Maurizio Donado, dai rappresentanti della Film Commission Tori­no Piemonte, dove il film è stato realizzato, e del Museo del Cinema. Entusiasmante l’interpretazione dei giovani attori, in particolare della Rohrwacher impegnata in un ‘ impresa da non poco. «Nel romanzo di Paolo Gior­dano c’é molto dolore, credo che sia una vera e propria storia dell’orrore e così ho scelto di sposare il genere horror per sdrammatizzare e rendere più accessibile il do­lore al pubblico». ” La solitudine dei numeri primi” è la storia di due soli­tudini, quella di Alice e Mat­tia, che si incrociano, si in- in un rapporto simbiotico d’amore che nei fatti non si concretizza. «È un film sul corpo, una storia dei corpi e del loro stravolgimento nel corso del tempo», ha detto ancora Costanzo, mentre la colonna sonora assordante che accompagna il film che si svolge nell’arco di oltre trent’anni, spiega il regista, «è solo un mezzo che ci con­sentiva di storicizzare, ma anche un modo per far arri­vare lo spettatore agli ultimi venti minuti finali che sono nel silenzio e far sì che quel­lo stesso silenzio diventasse così rumoroso».

 

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