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Il Borghese

Le rose, i pianti e i troppi segreti

La chiesa era troppo piccola per accoglierli tutti i duemila che, ieri pomeriggio, hanno voluto tributare l’ultimo omaggio a Franco Lamolinara, l’ingegnere italiano ucciso in Nigeria, in un luogo tanto lontano da noi quanto la piccola Gattinara è lontana da Roma, nei cui palazzi si discute, si accusa, si confuta, si ipotizza, senza squarciare il velo di mistero.

C’erano rose e pianti, a Gattinara. E le corone istituzionali, il telegramma di condoglianze del  presidente Napolitano che ha detto che l’ingegnere «appartiene a quella schiera di italiani che fanno onore all’Italia». E c’era il ministro Terzi, che ha assicurato ai familiari come sia interesse del governo chiarire quanto accaduto. Ma soprattutto c’erano loro, la moglie, i figli, i fratelli di Franco. La figlia sedicenne che per le lacrime non ce l’ha fatta a leggere tutta la lettera che si concludeva con un «dolce notte papà». La moglie che pure aveva continuato a sperare, quando due settimane fa le avevano mostrato un video in cui Franco stava bene. E lo aspettava per Pasqua. E c’era il figlio primogenito che ha ringraziato le istituzioni per il loro cordoglio, per la loro vicinanza, ha ringraziato anche il premier inglese David Cameron per le condoglianze. Ma ha ovviamente sottolineato che ora vogliono la verità. «Siamo certi che tutte le istituzioni si impegneranno per fare chiarezza» ha detto. Ma è chiaro che dietro quel «siamo certi» c’è un desiderio di chiarezza che è prima di tutto voglia di giustizia. Perché Franco è morto come un cane in un lurido gabinetto a migliaia di chilometri da casa? Cosa non ha funzionato in quel blitz che, a dire il vero, è stata una autentica battaglia durata oltre sette ore? E i nostri servizi segreti e la nostra diplomazia cosa sapevano realmente?

Gattinara è lontana dalla Nigeria. Proprio come Roma, dove non si parla di dolore ma si acuisce la polemica. Massimo D’Alema, nella sua veste di presidente del comitato per il controllo dei servizi segreti, sostiene che «non risulta essere una vicenda che è stata condotta secondo criteri che sarebbero ragionevoli» e quindi sollecita maggiore chiarezza. E da altre sponde arrivano commenti che sanno di velate accuse al ministro Terzi.

Ma questo non cambia la sostanza delle cose, che forse si riassume bene in uno dei messaggi arrivati nel vercellese: quello della famiglia di Rossella Urru, la cooperante rapita in Algeria: «Vi siamo vicini». Così come la famiglia Lamolinara ha voluto esprimere vicinanza non solo ai parenti di Rossella, ma a quelli di tutti gli italiani tenuti prigionieri in qualche punto del mondo, a troppi chilometri di distanza da casa, a troppe parole di distanza dalla verità o da quella chiarezza che tutte queste famiglie hanno ragione a esigere.

Franco Lamolinara non era un eroe, ma un uomo che amava il suo lavoro e la propria famiglia: per questo era lontano da casa, per questo ringraziava ogni volta che il sole tramontava, perché era un giorno in più scampato al pericolo. Quindi, non chiamatelo «eroe» con la sola intenzione di dimenticare più in fretta. Chiamatelo con il suo nome: Franco. Un uomo che cercava di vivere la sua vita.

andrea.monticone@cronacaqui.it

 

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