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Il Borghese

A chi fa gola il supertreno?

Lo Stato non si ferma in Valle Susa. Non c’è e non ci sarà la libera repubblica anti treno. Ci pare una buona notizia. Lo Stato tira diritto, apre al dialogo ma «solo se cessa ogni forma di violenza», altrimenti – parola del ministro degli Interni – saranno dolori. Ma i No Tav non sono solo lì, nella valle olimpica per eccellenza, ma ovunque. Persino al Sud. Figuriamoci a Firenze, Milano e Torino. Valsusini espatriati in cerca di fortuna che si riuniscono in piazze distanti centinaia di chilometri da Chianocco, Bussoleno e dagli altri campi di battaglia? Ma figuriamoci un po’. Ad animare gli affiliati è la voglia di protestare, il richiamo della jungla che lascia scorrere le sue liane sul web, il tam tam dei siti anarchici. Nel villaggio globale ci sta tutto. Pure la catena di Sant’Antonio contro il treno. E il simbolo del progresso per i nostri bisnonni che si battevano per avere una rotaia che li congiungesse con la civiltà, che imbandieravano la stazione con il tricolore, che celebravano il capostazione, meglio ancora il Ferroviere, come uno che conta, una sorta di svizzero con l’occhio sempre incollato alla cipolla da taschino per controllare se il convoglio viaggiava in orario, adesso diventa il mostro da annientare. E quello veloce, peggio ancora.

 Con un singolare paradosso: da una parte i pendolari si stracciano le vesti, a ragione, perché le ferrovie li fanno viaggiare sui carri bestiame o giù di lì, e dall’altra si rifiuta il progresso che lo Stato, non un’accolita di banchieri, finanzieri, faccendieri e accoliti vari ha deliberato in base ad accordi internazionali di cooperazione dopo oltre un ventennio di tira e molla. Ma è credibile che il treno, proprio lui, il ciuf ciuf come lo chiamano i bambini piccoli, faccia tanta paura? I francesi la loro parte l’hanno fatta e non ha protestato nessuno, noi non siamo neppure riusciti ad aprire i cantieri e, tra danni e soldi spesi per le forze dell’ordine, senza contare i disagi per le autostrade e le statali bloccate, il crollo di imprese commerciali e non, abbiamo buttato via una fortuna in euro. C’è qualcosa che non va. E non solo per l’infiltrazione degli anarchici, insurrezionalisti o meno che siano, gli squatter e i simpatizzanti dei centri sociali che corrono là dove si può mettere a frutto la rabbia popolare. Qualcosa che puzza di bruciato.

Come se qualcuno avesse interesse a che la Tav non si faccia. O almeno non la si faccia lì, che non ci sia questo treno veloce a collegarci in fretta con l’Europa partendo da Torino e attraversando quella fetta di Piemonte che passa dalle Valle di Susa. Un sospetto che è venuto fuori anche nella riunione romana dove Roberto Cota, Antonio Saitta e Piero Fassino si sono trovati faccia a faccia con il ministro Cancellieri, proprio mentre un gruppo di No Tav occupava gli uffici di Bersani. E sul quale si indagherà. C’è il rischio che ai cattivi maestri, ai sindaci indisciplinati o timorosi di perdere le preferenze, si siano aggiunti anche altri interessi? Se così fosse al problema No Tav si aggiungerebbe un giallo. Magari pure internazionale. Ovviamente a spese nostre, valligiani compresi.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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