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Il Borghese

I cuccioli hanno messo i denti

L’area anarco insurrezionalista «è pronta a fare il salto di qualità, parliamo di assassinio». Lo ha detto il capo della polizia, Antonio Manganelli, in un’au­dizione davanti alla Commissione affari costituzionali della Camera. «Dobbiamo capire che se fino ad oggi non è accaduto – ha sottolineato Manganelli – è perchè abbiamo avuto la fortuna che non accadesse». Sono parole pesanti come pietre che calzano a pennello in un momento di gravi tensioni ovunque, ma in particolare tra Torino e la Val di Susa dove con grande tempismo gli antagonisti si sono mescolati ai No Tav e di fatto ne hanno condizionato la protesta. Le contestazioni al procuratore capo Giancarlo Caselli, prima sotto la Mole e poi a Milano e Genova con un tempismo da ordigno esplosivo, ne sono l’ul­teriore conferma.

Così come i tentativi di intimidazione a chi nella valle, o in città, osa dissentire dalla linea dura. Il problema, per seguire il monito del capo della polizia, è che gli anarco-insurrezionalisti non sono più i cuccioli sbandati dell’eversione che fu, ma hanno messo i denti aguzzi di chi vive ai margini della banda armata, pronti a fare quel salto di strategia militare che ha il suo culmine negli attentati. Con un rischio in più – se è possibile – rispetto al passato che credevamo dimenticato e nel quale brigate rosse, nuclei comunisti combattenti e prima linea agivano con risorse locali e si finan­ziavano con reati comuni. Manganelli ha evidentemente le prove di una saldatura in­ternazionale di questo movimento, troppo spesso liquidato come un gruppetto di gio­vani contestatori, con gli omologhi greci del­le cellule di cospirazione di fuoco che mira a mettere in piedi azioni violente anti sistema.

E, probabilmente, con altri gruppi già attivi in Francia e soprattutto in Spagna. In questo senso le battaglie della Val di Susa, che sono costate fino ad ora oltre trecento poliziotti e carabinieri feriti da pietre e bombe carta, potrebbero essere considerate come una sor­ta di prova generale nella prospettiva di vere azioni di guerriglia dove al posto delle pietre potrebbero parlare le armi da fuoco. Di fatto Manganelli, che certo si avvale di rapporti riservati della Digos e dei servizi di infor­mazione, mette in luce anche la pericolosità dei covi che l’area antagonista utilizza come basi, e il sostegno non soltanto intellettuale di qualche capopopolo o aspirante tale. Aver sentito ieri, in un’aula universitaria, un pen­sionato ultrasessantenne come Alberto Pe­rino accusare magistratura, politica e mass media di “criminalizzare il movimento No Tav come se fossero brigate rosse”, fa temere che certi stati d’animo siano ormai fuori controllo e che qualcuno dei gruppi violenti possa godere di complicità e assistenza da parte della popolazione civile. Serve evi­dentemente un discrimine netto tra conte­stazioni democratiche e azioni di guerriglia.

Lo si chiede da tempo e oggi, forse, è proprio il capo della polizia a tracciare i confini tra ciò che è lecito e ciò che non lo è. Manganelli sostiene che la nostra legislazione ha dei buchi che vanno colmati per affrontare la spezzettata galassia anarco-insurrezionali­sta, sia sul fronte dei reati configurabili nella banda armata, sia in quelli commessi dai singoli al riparo di una presunta bandiera, o di una semplice sigla. Resta, tra le righe, il problema di sempre, quello di capire il gioco delle parti: sono i dissidenti, anche quelli a parole pacifici che mandano avanti i fa­cinorosi, o sono questi ultimi che si riparano sotto i vessilli della protesta popolare solo per avere una giustificazione ai loro atti di violenza?

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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