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Cronaca

Nosiglia: «Celentano è qualunquista, ma gli italiani lo conoscono»

Il personaggio che lunedì sera si muoveva e predicava dal palco dell’Ariston, più che il “Molleg­giato” ricordava molto da vicino Joan Lui, la produzione cinema­tografica di Celentano che ne san­cì la fine della carriera dietro alla macchina da presa. Un profeta postmoderno che stigmatizzava l’ipocrisia dell’umanità in un mondo devastato dalla violenza e da gravi problemi sociali. Ed è indossando quei panni che Ce­lentano ha arringato il pubblico dell’Ariston, attaccando la Chie­sa, chiedendo la chiusura di due giornali e apostrofando come «deficiente» un critico televisivo poco clemente col “Re degli igno­ranti”. Il risultato? Un vespaio di polemiche, a partire dai vescovi che ora pretendono delle scuse, fino a quelle che hanno portato in poche ore al “commissariamen­to” del Festival. Polemiche con riserva, però, per quella che è la difesa d’ufficio del senatore Pd e vicepresidente della commissio­ne di vigilanza della Rai, Giorgio Merlo, che stigmatizza la richie­sta di chiusura dei giornali catto­lici, ma da Celentano ora preten­de solo «venti canzoni» da canta­re di fila. «Da “Il ragazzo della via Gluck” a “Pregherò, non sarebbe male» secondo Merlo, che giusti­fica il « successo di audience » della prima serata, nonostante il livello culturale, per molti critici, non sia stato all’altezza delle aspettative. «Celentano è uno de­gli interpreti più straordinari del rock europeo, ma l’artista predi­catore ha sbagliato a rispondere direttamente agli editoriali che gli erano stati dedicati. Da demo­cratico e da cittadino non sono d’accordo» aggiunge Merlo.
«Quelle di Celentano sono state affermazioni un po’ qualunqui- stiche che valgono per quello che è il personaggio» commenta l’ar­civescovo di Torino, Cesare Nosi­glia. «Slogan che non corrispon­dono alla realtà e rischiano di seminare sfiducia verso la Chiesa che, anche se non da sola, contri­buisce in questo momento diffici­le a tenere in piedi la speranza nel Paese». Secondo Nosiglia, però, gli italiani sarebbero «vaccinati» a questo tipo di affermazioni, «conoscono il personaggio e cre­do che sappiano fare la tara. Cer­to, ci vorrebbe un po’ più di serie­tà anche nello spettacolo» chiosa l’arcivescovo.

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