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Il Borghese

Eternit, il male resta tra noi

Con l’amianto potremmo essere solo a metà del guado. E con quella sentenza coraggiosa aver soltanto sanato una piaga, con il pietoso balsamo della giustizia, ma non curato il male, che è in mezzo a noi. Un male che si annida ovunque, nei sottotetti, nelle tubazioni, nei muri in cartongesso, nei pavimenti e nelle intercapedini delle nostre case, delle scuole, degli ospedali e degli uffici. Come una mano nera, uno spettro invisibile, inodore, insapore, silenzioso come un fantasma. Perché l’amianto serve anche per isolare il rumore. Con lui ci siamo cresciuti, mentre l’Italia si ricostruiva negli anni del boom e dopo, in quella rincorsa neo positivista secondo la quale la scienza e i suoi ritrovati, amianto in primis, ci avrebbero reso la vita più facile.

Così si scopre che ai tremila morti acclarati dall’inchiesta del procuratore Guariniello, per cui Torino ha scritto un’ altra pagina epocale della nostra giustizia dopo la sentenza Thyssen, di vittime ce ne sono almeno altre mille. Una corona infinita di nomi e di cognomi, di operai e di mogli, di figli, di sorelle e persino di giovani uccisi da un gesto d’amore: quello di portare ogni giorno in fabbrica, il baracchino con la colazione al proprio babbo. Sarà probabilmente l’inchiesta Eternit bis a rendere giustizia a queste croci che il cammino esplorativo su questa polvere malvagia e su i suoi manipolatori non ha ancora consegnato alla cronaca del più colossale disastro che la storia industriale italiana ricordi.

Un altro processo simbolo che potrebbe addirittura celebrarsi di fronte ad una Corte d’Assise, come fu per Thyssen e i suoi martiri, qualora si ravvisassero gli estremi dell’omicidio volontario. Ma la storia non si fermerà purtroppo neppure di fronte ad una nuova sentenza, come sa bene Raffaele Guariniello che conosce a menadito il dramma sociale che ruota attorno a queste fabbriche e ai suoi lavoratori. Un dramma di cui tutti dovremmo prendere coscienza visto che l’amianto resta tra noi e che il pensiero di una bonifica generale è ardito ma, tristemente, irrealizzabile.

Non basterebbero – dicono gli esperti – i quattrini di una finanziaria e occorrerebbero tempi biblici, ammesso che in una società convulsa come la nostra si possa mettere mano ovunque, scassando muri, condutture e scoperchiando tetti. Semplicemente, doloroso ma vero, dobbiamo conviverci con questo male, mettendo in conto che altre vite saranno sacrificate. E non consola il fatto che ogni giorno negli uffici della procura arrivino segnalazioni e storie di operai e di famiglie, di emigrati in Belgio come in Brasile che laggiù, come qui tra le colline del Monferrato, hanno maneggiato le fibre duttili e solo apparentemente innocue. Si deve ricominciare da capo. Con la lista dei nomi, dei morti e dei malati, dei parenti stretti, dei colpevoli, sempre loro – o forse anche altri – le cui sembianze cominciano a trasparire man mano che si profilano le responsabilità. L’imperativo è che non ci siano vittime di serie A e vittime di B. Non in questa tragedia che attraversa una parte non trascurabile della storia del nostro Paese.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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