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Il Borghese

Pigri, inetti e un po’ pavidi

Altro che sfottere i nostri ragazzi chiamandoli bamboccioni. Abbiamo il coraggio di ammettere che siamo diventati un popolo di pigri, inetti e un po’ pavidi, che si spaventano di tutto, compresa la neve che una volta – almeno al nord – era attesa come una sorta di mano santa per i campi e una consuetudine che dava persino il frizzo della festa. Forse eravamo un po’ meno cittadini nell’anima e un po’ più topi di campagna, o montanari, ancora legati alle tradizioni dei nostri vecchi. Allora c’era una pala in cantina e le automobili avevano le catene a bordo, quelle inestricabili, magari arrugginite da anni di utilizzo perché la 600 era sempre quella, e invecchiava con noi, accanto alla 1100 del vicino di casa che, fortunato lui, lavorava in banca e aveva un bello stipendio.

Gli anni in cui si giocava a palle di neve e non con il computer, in cui ci si addormentava con Carosello e d’estate si aspettava agosto per caricare di valige l’utilitaria e partire verso la Liguria come se fosse un’avventura. Anche allora i treni si fermavano, ma meno. Perché gli scambi si pulivano a mano, e i meccanici cullavano con le loro chiavi inglesi i locomotori che amavano, quasi o più di una loro creatura. Si andava adagio, le autostrade non erano un diritto, ma un lusso, le tangenziali erano ancora da disegnare e la città non si fermava comunque, si cuoceva il pane e se non c’erano gli asparagi fuori stagione, nelle pentole bollivano allegramente le patate insieme ad un bollito da servire caldo con la bagnetta rossa fatta con i pomodori in composta.

Oggi diventiamo matti se non ci sono le fragole al supermarket, se i Tir non ci portano i carciofi dalla Sardegna e il mango e la papaia dal Brasile. Siamo i figli della globalizzazione, tutti diritti e pochi doveri, abituati a decidere il futuro con un click, privandoci della vertigine dell’avventura e del calore del rapporto umano. Io spalo, tu spali, egli spala… è un paradigma che non usiamo più, come la parola “fatica” è stata ostracizzata dal vocabolario. Aspettiamo che siano gli altri a lavorare per noi, che sia il portinaio a pulire il marciapiede, il meccanico a montare le catene, il ferroviere a far ripartire il treno. E il buon Dio a far smettere di nevicare. E se vediamo uno con la macchina in panne che spinge sudato nonostante il freddo, voltiamo il capo dall’altra parte e tiriamo dritti. Che si guidi un Suv, o una 500 che fa tanto design radical-chic. Nell’emergenza neve troviamo dunque tutti i difetti e anche le occasioni del mondo in cui viviamo. Diciamocelo: abbiamo bisogno, per non sentirci inutili, della tragedia della Costa Concordia, di Roma che si perde in pochi centimetri di fanghiglia, della metro che si ferma. Chiudiamo le scuole, gli uffici pubblici e pure i negozi. Con le mani in tasca diventiamo capitani di lungo corso, sindaci, assessori e commissari della Protezione civile. Basta criticare e piangersi addosso. tanto noi di colpe non ne abbiamo mai, per espiare c’è sempre un vicino.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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