img_big
Il Borghese

Adesso basta!

Un commando di anarchici ha tentato di as­saltare il nostro giornale. Nel loro linguaggio siamo questurini, sbirri, peggio ancora de­latori perché con le nostre cronache e le nostre immagini abbiamo raccontato le violenze dei “bravi ragazzi” che fanno il tiro a segno sui poliziotti, abbiamo documentato i lanci di pietre e le bombe che hanno devastato il cantiere della Tav in Valle di Susa. È il nostro mestiere, quello di raccontare i fatti. Ma non lo diciamo a loro. Non ci interessa farlo. E poi non capirebbero che fare il proprio lavoro è, anzitutto, un onore. Piuttosto quelli che hanno indossato cappucci ed eskimo per l’irruzione, quelli che hanno lanciato liquidi ignobili e soprattutto coloro che li hanno istruiti e mandati, dimostrano come nella nostra città e nella nostra regione esista una nebulosa ever­siva che tenta di esercitare l’intimidazione violenta con l’arroganza di chi si sente im­punito da troppo tempo. Ieri l’ordinanza di custodia cautelare, che ha portato a decine di arresti individuando anche alcuni reduci de­gli anni di piombo, ha in parte smentito questo alone di impunità, senza evidente­mente smembrare il tessuto eversivo che si annida, sappiamo tutti che è così, in taluni centri sociali e nell’area antagonista che ha mille sfaccettature. Un contesto che preoc­cupa soprattutto alla luce di una mobili­tazione che passa sotto la sigla abusata dei No Tav e che registra ancora un’inquietante con­tiguità da certa parte politica.

Diciamolo francamente, la protesta popolare contro il treno ad alta velocità non c’entra nulla con questa strategia della guerriglia anche se può far comodo a chi, sul Tav, tenta di costruirsi l’immagine del capopopolo, a scapito di una parte della popolazione valsusina che invece vede nell’alta velocità un’occasione per co­struire il futuro dei propri figli. La fiaccolata di giovedì sera a Bussoleno, il presidio di ieri sotto il carcere, la manifestazione indetta per oggi nel pieno centro di Torino sembrano avere il significato della sfida a quello Stato che l’accozzaglia di black bloc, anarchici, squatter e picchiatori isolati porta avanti da anni. Figli minori di un’eversione che ha finito il proprio carburante malefico negli anni ’80 ma che, evidentemente, non è paga. Quanto contino nelle strategie di guerriglia i vecchi maestri che quasi 40 anni fa sedevano ac­canto a Renato Curcio, Alberto Franceschini, Prospero Gallinari e altri capi bierre, non sta a noi dirlo. Ma definirli, come ha fatto qual­cuno, semplici e patetici pensionati ci pare riduttivo.

 Dice bene il procuratore Gian Carlo Caselli quando afferma che il terrorismo degli anni di piombo non c’entra. Ma è quello che non dice che preoccupa. L’eversione ha cam­biato pelle, come l’ha cambiata il mondo: dal ciclostile ad Internet, dai proclami quasi in­comprensibili a Facebook e ai siti antagonisti. La Val Susa è diventata la palestra per addestrare i facinorosi che poi hanno de­vastato Roma l’estate scorsa, e che abbiamo esportato anche altrove, Londra compresa. Segno che se non c’è – e non c’è – una colonna organizzata, esiste quanto meno un’associa­zione che ha come obiettivo quello di creare disordine. Quanto organizzata e quanto pe­ricolosa dovremmo chiederlo agli oltre 200 poliziotti, carabinieri e finanzieri finiti all’ospedale dopo gli assalti. A noi è andata bene anche grazie alla prontezza di spirito di una segretaria coraggiosa che ha chiuso la porta in faccia al commando. E ci troviamo a dire che per fortuna erano solo escrementi, ma non sono passati molti anni da quando, proprio in questo ufficio, è detonato l’esplo­sivo. In certe cose, il passo è davvero breve.

 

Condividi sui social:

Scopri inoltre...

Precedente
Successivo
Precedente
Successivo