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Il Borghese

La vigliaccheria del guappo

Una telefonata dall’inferno. Le voci sono quelle del comandante della Capitaneria di porto di Livorno, Gregorio Di Falco, e quella di Francesco Schettino, comandante della Costa Concordia. La nave è inclinata sul fianco, la murata sinistra sfondata da uno scoglio, l’acqua entra impetuosa da uno squarcio lungo 70 metri, centinaia di persone sono ancora a bordo, le scialuppe di salvataggio appese come ragni arancioni alle fiancate. Ma Francesco Schettino è già in salvo. Per un uomo di mare il massimo del disonore. L’apoteosi della vergogna. «Comandante- tuona Gregorio Di Falco – lei adesso va sotto la prua della nave, c’è una biscaglina, l’afferra e sale a bordo. È chiaro?».

Al telefono l’altro bofonchia, mormora «ma la nave è inclinata…». Urla, Di Falco: «Co­mandante, parli a voce alta, metta la mano davanti al microfono… Comandante mi sen­te? ». «La sento, Comandante, la sento». «Lei adesso va alla biscaglina, la sale e mi dice se ci sono bambini, donne e uomini. Nell’ordine che le ho detto, chi sono e quanti sono, ha capito?». «Adesso non si può, non possiamo salire… abbiamo abbandonato al nave». «E lei con centinaia di persone a bordo ab­bandona la nave? Vada a bordo. Ha capito? Vada a bordo. È un ordine».

Il resto è cronaca, drammatica, della più grave e insensata tragedia del mare, il ri­sultato – ormai pare acclarato – di una ma­novra folle che ha trascinato una città gal­leggiante in una manica di mare dove si avventurano soltanto piccole imbarcazioni da diporto. E, soprattutto, la dimostrazione di come un uomo che amava le sfide im­possibili abbia potuto giocare con la vita di oltre 4mila persone. Chi conosce Francesco Schettino, 52 anni, una carriera cominciata sui traghetti della Tirrenia per approdare poi alla Snav Agip e alla Msc Crociere prima di assumere il comando della Costa Concordia, lo descrive come un egocentrico, uno con cui il dialogo era impossibile, un marinaio abile ma spregiudicato che ha sempre preferito impugnare il timone piuttosto che affidarsi alle strumentazioni sofisticate della sua na­ve.

E che amava, come si dice dalle parti sue – è nato e risiede a Meta di Sorrento (Napoli) – le “guappate”. Proprio come quella di sfio­rare l’isola del Giglio arrivando a dire la peggiore delle castronerie, ossia che lo sco­glio che ha squarciato la Costa Concordia non era segnalato sulle carte. Insomma uno che non disdegnava di guidare quella città galleggiante come se fosse un offshore, o meglio ancora una Ferrari. Ma in fondo, oggi a Schettino, con quella sua facciona da can­tante neo melodico, con riccioli e abbron­zatura perenne, non è tanto questo che si rimprovera. Ma la vigliaccheria, il traccheg­giare per oltre un’ora prima di lanciare il mayday (che per altro non è stato neppure registrato), la fuga infame sulla scialuppa di salvataggio con contorno di secondo in co­mando e ufficiali vari. C’è tutto in quella telefonata: il marinaio e l’uomo. La voce scialba, quasi impastata di qualcosa che va oltre la paura in un crescendo di debolezza incredibile in un ufficiale a cui qualcuno aveva affidato la vita di migliaia di persone. Altrove, non in Italia, si capisce, tanta vi­gliaccheria finirebbe davanti ad un plotone d’esecuzione. Per noi, in questo paese un po’ cialtrone, c’è invece l’anticamera del per­dono, con gli arresti domiciliari sul mare di Sorrento che aggiungono l’estrema vergogna al simbolo di quello che non avremmo mai voluto vedere. Insieme alle croci che segne­ranno per sempre la storia della nostra ma­rineria.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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