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Il Borghese

Facciamoci una zuppa di cavolo

Urliamo disperati che ci spennano alla pompa di benzina. Ed è vero, sacrosantamente vero. Ma sulle speculazioni che subiamo mentre facciamo la spesa, tranne qualche saltuaria ed educata contestazione da parte di allevatori e contadini, c’è un silenzio imbarazzante. O peggio, una sorta di rassegnazione. Mangi la minestra o salti la finestra, ammoniva un vecchio detto popolare. E al mercato, al supermarket e nei negozi sembra che la regola sia un po’ questa: se non ti piacciono i prezzi che pratichiamo, vai pure da un’altra parte. Ma è proprio nel settore dell’alimentazione che si annidano le speculazioni più selvagge. Possibile, per fare due esempi, che un pezzo di carne possa aumentare di cinque volte il suo prezzo dall’allevatore al punto vendita? E che una cipolla, nel viaggio tra la campagna e la nostra tavola possa aumentare il proprio costo addirittura tredici volte? È quello che succede. L’escalation dei prezzi è stata lenta, ma inesorabile e la filiera che si occupa con enormi ricarichi di portarci a domicilio (o almeno sotto casa) la merce ha fatto lievitare i costi delle famiglie fino al cinquecento per cento in pochi anni. E ogni occasione è buona per ritoccare, a proprio beneficio, i prezzi: l’aumento della benzina e del gasolio, dell’Iva, la sottoscrizione di un nuovo accordo collettivo di lavoro…

Ad essere maligni sembra quasi che chi controlla la filiera brindi con lo champagne ad ogni ritocco di tariffe e gabelle. Se l’aumento alla fonte è dell’1 per cento, state certi che alla tavola sarà almeno del 10. Con un sistema di controlli all’acqua di rose, non deve stupire se un chilo di patate si paghi 0,25 euro al produttore, ma finisca sui mercati a 0,80, in negozio a 1 euro e in qualche boutique del gusto addirittura a 2 euro. Certo, si dirà, c’è patata e patata, ma da 0,25 a 2 euro il salto è imbarazzante. Idem dicasi per le zucchine, o peggio per le arance (che passano da 0,30 a 2,50 euro), per gli spinaci o per i broccoli. E il peggio viene nella riscoperta di un ortaggio come la zucca, passata dall’oblio degli anni del boom, alla ribalta dei moderni gourmet, ma sempre a danno di coltivatori e consumatori: la si trova a 0,30 sul campo, ma in negozio o in boutique (sempre del gusto) può costare anche 2 euro. E tornando alla carne, non è che la musica cambi di molto. Bastonati allevatori e consumatori, si ingrassano i signori della filiera. Sempre loro, i padroni assoluti del trasporto, della macellazione e della confezione. Il resto, ma in misura giustificabile, lo fanno i rivenditori. E a questo proposito ci pare illuminante esaminare che cosa avviene con la carne di maiale, fresca o trasformata in salumi, che resta la più acquistata dagli italiani, con una media di 37,2 chilogrammi pro capite l’anno.

La filiera acquista genericamente il prodotto ad 1,4 euro al chilogrammo mentre ad esempio la braciola viene venduta a 6,85-7 euro al chilogrammo. Ricarico secco: cinquecento per cento. Con il risultato che per un euro speso per l’acquisto di carne di maiale appena 14,5 centesimi arrivano all’allevatore, 10,5 al macellatore, 25,5 al trasformatore e ben 49 alla distribuzione commerciale. Non ci si può stupire allora se in dieci anni le stalle italiane sono state falcidiate da crisi, chiusure e fallimenti passando da 193mila unità alle 26mila attuali, favorendo così l’importazione dall’estero – soprattutto dall’est – di maiali vivi e carne macellata. Inutile calcolare il danno indotto in termini di fatturato, di posti lavoro e di qualità imposta dai controlli (che sono efficaci) e dalla nostra tradizione contadina e imprenditoriale. Al termine spellati, per gli italiani, dobbiamo aggiungere anche quello, assai meno amabile, di imbecilli. Siamo stati incapaci di proteggere i nostri campi, i nostri allevamenti, la tradizione agricola che ha pochi rivali in Europa, e regaliamo soldi a chi produce all’estero e agli speculatori. Chissà se, scendendo nel pratico, magari rischiando di infangarsi un mocassino alla moda, i nuovi professori sapranno fare meglio dei politici di professione. Intanto, per consolarci ci restano – ma solo in stagione – delle belle zuppe di cavolo.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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