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Il Borghese

Apprendistato alla tedesca

Mai così male da otto anni. È il dato Istat della disoccupazione giovanile: ormai i senza lavoro tra i 15 e i 24 anni sono ben il 30 per cento, con punte al Sud che superano il 39 per cento, in particolar modo tra le donne. Dal 2004, ossia quando sono state introdotte le “storiche mensili” dell’istituto di rivelazione, è il tasso di disoccupazione più alto mai registrato, con un incremento rispetto all’anno scorso di quasi un punto percentuale.

Va detto che è sempre più difficile entrare in un sistema che espelle e non riassorbe neppure i cinquantenni ancora lontani dalla pensione, senza risparmiare manco gli iper-qualificati, gli specialisti e via discorrendo.

E identificare i rimedi non è semplice. C’è chi, tra gli analisti, mette sotto accusa il mondo della scuola e della formazione: hanno difficoltà a trovare impiego quelli con bassa scolarità oppure privi di vera specializzazione e trovano gravi ostacoli anche coloro che hanno frequentato l’università.

Università e aziende, si sa, raramente si parlano. L’una non sempre sa cosa occorre alle altre e queste non riconoscono la validità delle nozioni trasmesse dalla prima. Un circolo vizioso, ben difficile da spezzare. Un esempio cui guardare potrebbe essere quello tedesco, o almeno la forma di “apprendistato universitario, cui pensano economisti come Tito Boeri e Vittorio Garibaldi: si tratterebbe di riformare il meccanismo delle lauree brevi triennali, trasformandole in un sistema di apprendistato. Tramite accordi tra atenei e imprese locali, chi si iscrive a un corso potrebbe essere inserito in azienda con contratto a tempo determinato – senza obbligo per la ditta di confermare l’assunzione – e regolarmente retribuito, magari con quel “salario minimo” che da tempo pare essere tornato d’attualità, per studiare e formarsi riuscendo nel contempo a essere immediatamente produttivo. La collaborazione con le aziende, inoltre – e dove è già presente in qualche misura i risultati si colgono, come accadi nei Politecnici -, consentirebbe agli atenei di modulare l’offerta formativa e adeguarla e aggiornarla costantemente sulla base delle dinamiche produttive ed economiche. Può bastare tutto questo? Certo che no, però potrebbe essere un valido aiuto. E comunque, da qualche parte bisogna pur cominciare. Altrimenti si finisce come quella sempre crescente massa di giovani che né lavorano né studiano e magari confidano nel colpo di fortuna a un reality show.

andrea.monticone@cronacaqui.it

 

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