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Il Borghese

La casta, i valvassori e i valvassini

Come può reggere un sistema in cui uno stenografo (del Senato della repubblica Italiana) arriva a guadagnare quanto il re di Spagna? Se lo chiedono Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella noti fustigatori della Casta, sul Corriere della Sera. E, basiti, ce lo chiediamo anche noi. Ma come, non sono solo gli Eletti a trangugiare quattrini? Ci sono pure gli impiegati, i commessi, i barbieri, i coadiutori dei Palazzi, per non parlare dei burocrati a strappare stipendi blasonati? Ebbene sì. Mentre i portaborse ormai sono sul piede di guerra e scrivono a Monti, questa volta in qualità di Professor-Confessore, lamentando di essere pagati come delle colf al primo impiego, dimostrando di fatto come il rimborso per gli assistenti parlamentari finisca (quasi tutto) nelle tasche di una larga maggioranza dei parlamentari, scoppia un altro bubbone: quello delle maxi retribuzioni dei dipendenti delle Camere. Come spesso accade, tolto un mattone, rotola giù il muro e quello che si scopre lascia senza parole, soprattutto oggi che la regoletta “lacrime e sangue” è diventata una sorta di tristissima nenia da cantare persino agli infanti. Dunque, vediamo che cosa c’è dietro il muro. E cominciamo proprio dallo stenografo.

Senza fare nomi e cognomi, uno di loro, al massimo livello retributivo potrebbe arrivare a sfiorare uno stipendio lordo di 290mila euro al mese. Duemila euro in meno – tanto per fare un paragone nobile, di quanto percepisce dallo Stato spagnolo, ma ben 50mila in più di quanto percepisce il nostro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (239.181 euro). Follia? Siamo vicini. Ma che dire dei commessi o dei barbieri che, una volta integrati nei Palazzi, possono arrivare a 160mila euro lordi l’anno, o di un coadiutore a 192mila, di un segretario a 256mila o di un consigliere a 456mila? Scegliendo un linguaggio soft, c’è da rimanere stupefatti. Ma non basta: a stipendi e indennità (perché ci sono pure queste, per ogni ordine e grado di servizio) corrispondono pensioni non meno spettacolari godibili tra l’altro prima che scatti la terza età.

Agli assunti prima del 1998 è concesso infatti di “ritirarsi” a 53 anni, con penalizzazioni tutto sommato accettabili. Ecco che allora può capitare (e capita) che un consigliere parlamentare di quella età vada in pensione con 300mila euro lordi l’anno e, qualora decidesse di proseguire i suoi massacranti turni di lavoro, possa approdare  al compimento dei 60 anni, alla cifra record di 370mila. Idem dicasi per i gradi inferiori: un commesso a 53 anni può ritirarsi con una pensione di 113mila euro e se arriva a 60 anni sfiora i 140mila. Più di un senatore, va detto ad onore della Casta, che abbia accumulato il massimo dei contributi. Vecchiaia, si fa per dire, lastricata d’oro. Per carità, nessuno di quelli che svolgono le professioni sopra citate nei Palazzi ruba nulla perché sono le regole folli del passato a consentire certi privilegi, sommate ad automatismi di carriera che non hanno uguali in nessun paese europeo e non, ma oggi, alla luce del decreto “salva Italia”, a noi poveri mortali pare davvero di essere nati dalla parte sbagliata. E l’impressione è confortata dai dati generali desunti dai bilanci del palazzi: nel 2010 la retribuzione media dei 1.737 dipendenti di Montecitorio (dall’ultimo dei commessi al segretario generale) era di 131.585 euro: 3,6 volte la paga media di uno statale; 6,6 volte la paga media di un operaio. Alla Casta insomma si aggiungono vassalli, valvassori e valvassini. Troppo, anche per un Paese sprecone come il nostro.  

beppe.fossati@cronacaqui.it 

 

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